Ciao a tutti gli “animali strani” che seguono questa mia “fotorubrika” Maktub! Grazie anche all’aiuto e interesse di Ornitorinko. Oggi presentiamo la tredicesima puntata di questo progetto, la quale racconterà un viaggio senza tempo fatto in Marocco anni orsono. Un viaggio a ritroso tra tazzine di the alla menta,salsedine e Djellaba sgargianti.

Foto sopra – Prospettiva: Raggiungiamo un villaggio di poche case per mezzo di un taxi condiviso. Case semplici di colore bianco edificate sopra distese di sabbia rossiccia, soffiata a banchi dalla forza dell’oceano. Filari di cactus conducono alle porte dell’ampia spiaggia, uno spazio esteso ricoperto in parte da bottiglie di plastica e conchiglie multicolori. Rachid è un ottimo cicerone, una guida perfetta colma di spunti  e riflessioni.

Parliamo di tante cose: le privatizzazioni delle spiagge, l’espansione del Marocco, il divario tra ricchi e poveri, il mese di Ramadan, l’Islam, i vestiti fabbricati in Cina e Turchia e poi rivenduti nelle piazzette di Larache, la globalizzazione. È buffo sentire Rachid parlare italiano, ogni volta che conclude un concetto esclama: è molto interessante! Allungando la lettera “o” come se fosse una cosa importantissima da ricordare. Ma forse ogni cosa che racconta lo è davvero.

Foto sopra – Fede: Musica egiziana in sottofondo. Veniamo interrotti con piacere da Rachid, il quale, estraendo un libricino dalla miriade di volumi esposti nella scaffalatura esclama: “Dovreste leggere qualche scritto di Maram Al-Masri, poetessa ed esule siriana. Dice che la poesia è ormai un lusso per poche persone. La gente comune, il popolo, non ha tempo per sognare. Deve badare ai figli, lavorare, sopravvivere”. Quante cose da assimilare! Il sistema, l’abitudine ad esso. Fuori imperversa un temporale e le persiane sbattono violentemente. Le strade sono vuote.

Foto sopra – Salsedine: L’architettura delle case, cosi come quella dei palazzi, è più spaziosa, slanciata, alta. Gli spazi sono maggiormente aperti e ventilati rispetto al canone europeo. In un certo senso si respira meglio!

Almeno una volta al giorno ci rechiamo in un bar o bottega, a sorseggiare con calma un the, tra il vapore e la puzza dell’hashish fumata da vecchi contadini o mercanti locali. La calma. Qui è cosi. Non si avverte la fretta dell’Europa, la continua corsa agli impegni che caratterizza casa. Tutto è più lento.

Foto sopra – Mercato: Tra fango, carretti, muli, bancarelle, melma, polli e carriole si muovono contadini e venditori. Ci troviamo nel mercatino agreste del villaggio di Sahel, poco distante da Larache. Si respira un’aria di altri tempi, forse avvertita dalle scene di estrema povertà che ci si parano davanti. Schiviamo ortaggi, pozzanghere, mendicanti, cani, bambini, galline, lustrascarpe, passando tra le pacche appese dei buoi e canaletti colmi di sangue ancora caldo, appena sgorgato dal corpo di animali differenti. Forse capre o montoni?

Foto sopra – Amore: Mulay Yakub. Il tempo scorre come una ruota implacabile. La bellezza struggente della nostra esistenza. Attimi che scivolano via per non ritornare. Chi lo sa se nel corso della mia vita mi ritroverò a passare di qui o ciò che vedo ora lo sto vedendo anche per l’ultima volta? In fondo il tempo è un’instancabile viaggiatore. Un anziano grassoccio mi pesta un piede, destandomi dalle riflessioni in cui ero immerso. Il suo viso è seccato dal sole del Sahara. Un popolo di mercanti.

Foto sopra – Lentezza: Fino a tarda sera le porticine delle case rimangono aperte, per simboleggiare la perenne ospitalità degli abitanti, ma anche per avvisare eventuali viandanti o turisti che, in caso serva, camere libere per dormire si trovano sempre. Mulay Yakoub si arrampica sul versante di un altopiano ed è ben accessibiledalle città vicine. Per compiere un tour della cittadina occorre salire e scendere, su e giù per scale e gradoni, seguendo il vociferare delle donne e le urla gioiose dei bambini. Un labirinto!

Continuiamo a raccontare…

Matthias Canapini

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