Ciao a tutti gli “animali strani” che seguono questa mia “fotorubrika”, Maktub! Grazie anche all’aiuto e interesse di Ornitorinko. Oggi presentiamo la decima puntata di questo progetto, la quale racconterà in parte il mio secondo e terzo viaggio in Bosnia, nelle terre martoriate di Srebrenica, datato Luglio 2012-2013. Un luogo dove si è consumato il più grande genocidio in Europa dopo l’olocausto degli ebrei, durante la guerra di Bosnia 1992-1996. I conflitti non finiscono quando i cannoni cessano di sparare.

sorriso

 

 

Sorrisi (foto sopra): La marcia della pace. Tuzla – Srebrenica. Luglio 1995. Immagino la costa Adriatica è invasa da gruppi di famiglie in vacanza, ignare (?) del perché ogni tot, aerei militari sorvolano le loro teste diretti nell’Ex Jugoslavia. A poche centinaia di km migliaia di persone vengono violentate, mutilate, uccise. Altre muoiono sui campi minati sperando di scappare dall’inferno che è diventato Srebrenica. La marcia della pace ripercorre lo stesso itinerario intrapreso dai civili in fuga durante i sanguinosi giorni del genocidio. Migliaia di persone ogni anno si riversano a Tuzla seguendo le tracce di un sentiero colmo di memoria. Tre giorni di scarpinate tra il verde, nottate passate all’addiaccio, cibo condiviso, fino ad arrivare al memoriale di Potocari.Per portare un ricordo, una testimonianza, una parola di conforto a tutte le vittime della cieca mattanza. Sia ai vivi che ai morti.

attesa

Attesa (foto sopra): Urla, pianti, migliaia di persone che si abbracciano stringendosi tra loro. L’anniversario del massacro è in corso. Il giorno della commemorazione. Tutto come sempre. Il foglietto coi nomi appeso al muro, i famigliari in coda, le bare portate a mano fino alle fosse già scavate, il dolore.

nomi
Nomi (foto sopra): Una volta dentro il memoriale le DIN (Donne In Nero) vengono applaudite ed accompagnate alla loro postazione. Io mi allontano. Mi perdo tra gli sguardi dei parenti delle vittime. Non fotografo. Respiro l’aria. quattrocentonove bare si stagliano tra la folla. Un luogo in cui, rubando le parole all’attrice Roberta Biagiarelli, non potrà mai più esistere la pace. Perché prometterla ai bambini, la pace? Qui le scuole hanno ancora chiazze di sangue nel muro e le vedove andando a fare la spesa, spesso si imbattono negli assassini che hanno ucciso un loro famigliare. Sicché pensate, come può tornare la pace in un luogo simile? Una pace vera, genuina, non costruita ne artefatta.

vittime
Vittime (foto sopra): Anche un anno fa mi aveva colpito un foglio posto sul muro esterno del complesso. Il nome del tuo caro ucciso affiancato dal numero corrispettivo della bara. Cosi vedi i famigliari aggirarsi tra queste verdi “scatole” semivuote, fino a quando non trovano quella giusta su cui piangere. L’esperienza è forte. 1995-2013. Diciotto anni. Molte persone si stringono forte.
corano
Corano (foto sopra): Una donna legge il corano tra le migliaia di lapidi bianche che si arrampicano dolcemente sul pendio del memoriale. Mi siedo in mezzo a loro. Inizia la preghiera. Il silenzio è l’unica cosa che puoi ascoltare in un momento simile, rotto a tratti dalla voce del muezzin che recita i versetti del corano. Noto tre donne piegarsi a terra, baciare l’erba umida e inginocchiarsi sul loro soprabito per non sporcarsi col fango.

Comincia a piovere sempre più forte. Numerosi nuclei famigliari pregano in cerchio nei pressi delle bare, coi palmi sudati delle mani rivolte verso Dio. La melma scivola fin dentro le fosse spalancate al cielo, circondate dai picconi e le pale ancora sporche. Le donne rimangono dove sono, cercano di coprire le bare con un fazzoletto o una sciarpa. Le lacrime si mescolano alla pioggia. Un signore mi vede, mi abbraccia e mi copre col suo ombrello. Una bambina, seduta nei pressi di una fossa consola dolcemente sua madre. Lapidi inlegno piantate nella fredda terra segnalano il punto preciso dove collocare di li a poco le bare. Primo e ultimo saluto.

rituale

Rituale (foto sopra): Al termine della cerimonia, mentre i corpi racchiusi in involucri di legno scivolano sopra le teste dei presenti, sostenuti da migliaia di mani che si susseguono a catena, una signora mi nota e si avvicina. Chiede da dove vengo e infine replica: “Grazie italiano di essere qui, racconta questa storia, hai la mia protezione… buona fortuna”. Non trovo parole per descrivere tutto ciò. Folate di vento freddo investono l’aria.

Tornerò in Italia a bordo di una moderna cinquecento, in compagnia di una simpatica coppia di anziani diretti a Mestre. Ripenserò con nostalgia all’ultima esperienza fatta, stringendo nelle mani un boccione di rakija alle prugne “made in Serbia”, ultimo regalo delle Donne in Nero.

Continuiamo a raccontare…

Matthias Canapini

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