Ciao a tutti gli “animali strani” che seguono questa mia “fotorubrika”, Maktub! Grazie anche all’aiuto e interesse di Ornitorinko. Oggi presentiamo la nona puntata di questo progetto, la quale racconterà il mio primo viaggio nelle retrovie delle guerra in Ucraina, datato agosto 2014. Un altro conflitto è scoppiato e malgrado il silenzio generale, questa volta è davvero a due passi da casa.

Sfollati

Sfollati: Dopo dieci minuti buoni di camminata ci troviamo di fronte una fabbrica abbandonata caratterizzata da un triste colore grigio e da cavi metallici e gru ormai dismesse e inutilizzate. Nello spazio interno, tra prefabbricati, container e magazzini ci vivono duecento persone, sessanta bambini in tutto di cui quattro disabili. Sono famiglie scappate da Slovyansk e Kramatorsk. Vivono in due ampie tende coi colori dell’Ucraina: un blu intenso diviso a metà da una striscia orizzontale gialla. Dormono in un largo magazzino adibito a dormitorio. La parte sinistra per le famiglie, la destra per single, ragazzi/e o persone scappate sole dal conflitto. In una delle tende raccolgono vestiti, cibo in scatola e sono presenti numerosi tavolini per mangiare. Tantissimi volontari, anche giovanissimi portano ogni giorno degli aiuti: giocattoli per i bambini, vestiti, medicinali, cibo, prodotti per l’igiene.

Soldati
Soldati: Imbracciando una busta di pesche appena comprate e qualche ricarica telefonica ci dirigiamo all’ospedale militare di Kiev! Un gran via vai di barelle, dottori, soldati di guardia, feriti, bellissime infermiere dagli occhi azzurri e cellulari che squillano. I famigliari che vanno a trovare i loro cari incerottati, feriti o mutilati, senza una gamba o un braccio, o con una parte di corpo mancante. Tanti volontari che portano ogni giorno aiuto come medicinali, cibo, bevande fino a riempire letteralmente i magazzini dell’ospedale. Saliamo al quarto piano dell’edificio. Con una mano sulla stampella e l’altra sul corrimano sta scendendo in quel momento un soldato rimasto gravemente ferito. Avrà si e no venti anni, come la maggior parte di quelli che vedremo camminare nei dintorni dell’area. Ragazzi di un’età compresa tra i diciotto ed i venticinque anni. Ha perso completamente una gamba e l’atra è scavata fino all’osso e rammendata con infiniti punti, garze e fasce da cui si intravedono croste e ferite ancora fresche. Un bella botta nello stomaco vederlo scendere lentamente. Percorriamo corridoi silenziosi e vuoti. Il rumore dei passi riecheggia tra le pareti in cemento. Dalle porte semiaperte che danno sulle camerate intravedo corpi distesi, sfibrati … molti amputati.Bambini in fuga

Bambini in fuga: Puscha Voolitsa. Llocalità fuori Kiev dove circa quaranta bambini sfollati da Donestk hanno trovato rifugio pochi giorni fa. Gran parte soffre attualmente di forti traumi psicologici. Cammino tra loro, li guardo, cerco di farli sorridere anche se forse non sono la persona più adatta. Vanno dagli otto ai quattordici anni d’età. Qualcuno tra i più grandi gioca a calcio ed è più attivo e pone qualche domanda. Altri sono mogi, con la faccia triste, si limitano a stare seduti abbozzando un timido sorriso. Alcuni provengono dall’Est, altri dall’Ovest e pur parlando lingue e dialetti differenti, si sforzano di capirsi e interagire. Cautamente qualcuno si fa avanti, si siede tra me e Masha e cominciamo a parlare. Andrei, dieci anni. Capelli rasati e occhi azzurri, leggermente strabici. Ha sei fratelli dentro al campo che vivono con lui, ed altri quattro (i più piccoli) sono rimasti a Sloviansk con i genitori: “Bombardavamo molto! Crollavano case ed esplodevano cannoni e bombe vicino a noi! Vicino alla nostra città hanno distrutto tre case con un solo colpo! Avevamo molta paura”. Sasha, dieci anni: “Quando siamo partiti da Donetsk ancora non c’erano spari fortunatamente, ma ho tanta paura di perdere la mia casa!”. Mark, nove anni: “La mia mamma è rimasta in città … la prima cosa che ho chiesto quando i volontari mi hanno fatto uscire dalla cantina è stata di portarmi lontano da dove cadono le bombe … ero molto spaventato”.

Barricate
Barricate: I manifestanti, che oscillano dai diciotto ai sessant’anni, appiccano l’ennesimo incendio ad una camionetta poco distante. In pochi minuti il mezzo si sgretola sotto il caldo asfissiante emanando vampate di calore e fiamme rosse, altissime e prorompenti. Le forze dell’ordine si disperdono ma i ragazzi di Maidan continuano la loro avanzata, il loro spettacolo pirotecnico. Sbattono le loro mazze chiodate nelle ringhiere o sui muri che circondano lo spazio mentre nel cuore del presidio altri compagni lanciano slogan e musica patriottica, emessa da una radio rammendata e arrugginita. Mi inoltro tra le barricate infuocate e le gomme ormai sgualcite dal calore. Tra le fiamme è stato gettato di tutto: ciabatte, pezzi di metallo e plastica, graticole, cartoni e maglie di lana. Per terra e sulle palizzate che sostengono le tende sono incastrate o appese maschere antigas e bottiglie vuote di vodka.

Continuiamo a raccontare…

Matthias Canapini

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