Muhammad Ali“Con la mancanza di collera si vince la collera”. Le religioni mi hanno sempre affascinato sin da bambino: Buddha, Maometto o Gesù mi incuriosivano e se avevano qualcosa da insegnarmi, erano sempre i benvenuti. Tentavo di placarla … la mia collera innata, che temevo avrebbe finito per cacciarmi in grossi guai. Da lì a poco avrei scoperto quanto non sia importante ciò che ci capita, ma come reagisci.

Beh quella mattina del 1953 tra la collera e il furto dovevo mettere alla prova tutta la mia pazienza. Perché … questa non è la storia del pugile più famoso di tutti i tempi, delle sue glorie e dei suoi amori: è la storia di un furto, nel Kentucky del 1953… è la storia di come un crimine cambiò il mio destino.

Quella giornata era iniziata come tante altre. Ero un tipico dodicenne che tentava, con scarsi risultati, di ignorare razzismo ed ingiustizie e di trovare un posto nel mondo, il più possibile confortevole e pacifico…

In parole povere ero precocemente alla ricerca di me stesso… del motivo per cui ero proprio lì nell’assolato Kentucky e non nelle steppe della Mongolia, della forza necessaria per attraversare indenne l’adolescenza, ma soprattutto della ragione per cui, quel maledetto giorno, mi ero assentato davvero pochi minuti e non avevo trovato più la mia bici. 

Ripetevo ossessivamente nella mia mente le sagge parole del Buddha, mentre dalla bocca uscivano lunghe collane di parolacce, chè la mamma mi avrebbe riempito di scapaccioni. Sapevo che il ladro si nascondeva nel gruppetto di ragazzi bianchi seduti dove pochi minuti prima splendeva la bici, ma avevo le mani legate e…. anche se sgomitavano compiaciuti tra loro… proprio non potevo accusare nessuno…

per cui… l’;unico modo per riacquistare la pace interiore, era lanciare improperi contro il cielo. Avrei continuato all’infinito, se non fosse stato per quell’inopportuno tutore dell’ordine costituito.

“Sta a vedere che adesso manco posso lamentarmi! Che mi dice di sloggiare da qui e in fretta”.

Desideravo gettarmi a terra e piangere di dolore e frustrazione per il mio unico mezzo di locomozione… fiammante… sempre pulito … la mia libertà perduta! Chissà se e quando ne avrei avuta un’altra!! Invece … il poliziotto bianco si avvicinò: Ragazzino! Certo non hai un futuro come pastore, ma potresti avere energia e coraggio sufficiente per darti alla boxe!

Lo guardai di traverso e pensai: ma guarda che mi sta capitando! Anche questo qua ci voleva con i suoi consigli del cavolo! La boxe poi…

La mia espressione era talmente eloquente, che proruppe in una tale risata che… beh… quell’uomo forse poteva essere mio amico e anche se bianco non era poi tanto male!

“Vieni con me. Ti offro un bicchiere di latte e poi voglio portarti in un posto”. Proprio così … in una giornata qualsiasi, in una cittadina qualsiasi, entrai per la prima volta in una palestra …

Quell’uomo dell’;espressione bonaria e acuta non era uno qualunque e mi insegnò a boxare… e a tentare di domare la mia inesauribile energia.

Era il 1953, a Luisville nel Kentucky ed io mi chiamavo Cassius Marcellus Clay jr.

Cassius, Joe e la palestra Columbia. “Vedrai che bella strapazzata darai a quell’idiota che ti ha rubato la bici”.

Nel frattempo i giorni passavano, scanditi da allenamenti intensi, estenuanti corse e magliette sudate. La mia bici??? Quell’ingiustizia subita si faceva sempre più sfocata. Mi hanno intervistato più volte, quando ormai ero una celebrità e combattevo contro la guerra del Vietnam, per un’dea di pace insopprimibile e sempre mi veniva in mente quella splendida giornata di sole del 1953 cheaveva cambiato il corso degli eventi.

Dopo… è stata una strada in totale discesa: perché Joe ci aveva visto bene e avevo la stoffa del campione, forza e resistenza più dei miei avversari. La rabbia, l’energia erano ormai un punto di forza: avevo trasformato la mia debolezza in forza, un sicuro vantaggio. Non solo: mi divertivo immensamente a dileggiare i miei avversari prima e durante le competizioni, comprendoli di insulti e, credetemi, con straordinari risultati!!

Amici, la collera indebolisce, ti acceca: è distruttiva e condiziona il match già in partenza. Le loro facce, paonazze e irose, promettevano vendetta, annunciandomi sconfitte indecorose! Il mio specchio personale sul passato, in cui il giovane Cassius inveiva come un navigato scaricatore di porto…

Poi le olimpiadi di Roma del 1960, una collezione di successi e il memorabile match contro Sonny Linston del ’64. Lui era un vero professionista per età ed esperienza, ma non riuscì a spuntarla contro la mia instancabile agilità… nonostante il sale sui guantoni usato per disorientarmi… Ebbi la meglio: mezza farfalla e mezza ape… volavo come una farfalla e pungevo come un’ape… Ero uno strano animale anch’io!!

Una costellazione di trionfi a cui mancava però qualcosa… il successo non è tutto e se non riesci a domarlo finisce per logorarti. Così un giorno, il Maometto mi catturò, Malcom X, la Nation of Islam mi resero una persona migliore.

Quando mia madre era davvero arrabbiata, da bambino per indurmi a più miti propositi, beh mi apostrofava “Cassius Marcellus Clay Jr… ti stai muovendo sulle sabbie mobili!!”. Se avesse saputo che avrei anche cambiato il mio nome… che sarei diventato Muhammad Ali ... ahhhh … quanto ne avremmo riso assieme!! Dopo la conversione, in tanti videro in me un portavoce dei diritti dei neri, orgoglioso membro del mio credo e fiero oppositore del conflitto in Vietnam.

Mai… mai avrei combattuto una simile battaglia, scendendo a sporchi compromessi e non mi importava delle conseguenze.

Così nel 1967 fui arrestato, condannato per renitenza alla leva e privato del titolo mondiale. Restai lontano dalla boxe per quattro anni: erano tempi duri per l’America e c’era ben altro in ballo che quattro cazzotti su un palco.

I sostenitori della guerra certo non immaginavano che mi sarei rivolto alla Corte Suprema, per avere giustizia e non solo per me: per quelli che combattevano contro tutte le guerre… non si può siglare la pace con il sangue.

Quella meravigliosa cintura ritornò al suo legittimo proprietario… nel 1971… accompagnata dalla gioia degli obiettori di coscienza: rappresentava anche la loro pacifica battaglia.

Gli anni sono volati, scanditi da competizioni, vittorie, figli e tanti tanti matrimoni (ero un romanticone!). Non avevo fatto i conti con l’imprevisto nella vita di ognuno.

Ci sentiamo invincibili ma non lo siamo affatto. È così la mia battaglia più ardua, l’ho persa con il Parkinson: nel 2016 ho gettato la spugna.

Sapete cosa auguro a voi animali strani, sempre in viaggio con lo zaino in spalla? Beh che un giorno qualsiasi, aspettando il treno o guardando assorti il vostro biglietto aereo, pensando alla prossima avventura… vi ricordiate del furto di una bici lontano nel tempo, di un’inaspettata opportunità e di una vita incredibilmente meravigliosa.

Muhammad Ali

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Testo a cura di Francesca Ferrante da un’idea di Dome Aiello.