Sophie SchollPrima di presentarmi avrei una domanda per voi, miei cari lettori: dovrete rispondere molto sinceramente e chiedervi con sincerità cosa sia il razzismo. Per carità, sono certa che adesso negherete… ed inorridirete con disapprovazione.

Adesso voglio che pensiate con serietà alle vostre impressioni quando incrociate un extracomunitario per strada, quando incontrate un cinese alle Poste che parla la sua lingua, gesticolando affannosamente; a cosa pensate quando guardate quelle giovani ragazze nigeriane al ciglio della strada o incrociate lo sguardo di quella badante venuta dall’Est che accudisce un uomo anziano seduto ad una panchina….

Voglio che voi diciate a voi stessi la verità… se non avete mai pensato che forse… se non ci fossero tutti questi stranieri ci sarebbe lavoro per tutti….

Se avete prvato queste sensazioni, anche solo una volta… beh… dovreste sedervi e leggere questa storia…

Perché vedete… in Germania, poco dopo la prima guerra mondiale  è cominciata proprio nello stesso modo: la nostra nazione era in ginocchio, le nostre famiglie morivano letteralmente di fame,eravamo stati bombardati, uccisi ed umiliati dal pagamento di un debito internazionale che aveva dato il colpo mortale alla nostra economia.

È cominciata proprio così: un giovane austriaco dai corti bafetti è divenuto capo di un partito politico, ha gridato che eravamo un grande paese e dovevamo reagire, rialzarci e combattere per la nostra dignità perduta.

Il nostro popolo era in miseria e spettava a tutti quanti noi fare qualcosa.

Ahhh dimenticavo: mi chiamo Sophia Magdalena Scholl, Sophie per gli amici e questa è la storia di un gruppetto di giovani che volevano cambiare il mondo…e ci sono riusciti.

Sono nata il 9 maggio 1921 e nei primi anni trenta frequentavo l’Università di Monaco assieme a mio fratello Hans. Eravamo fortunati noi: potevamo permetterci la migliore istruzione all’epoca e felici di dare il nostro contributo per il benessere del nostro popolo.

Il nazismo mi piaceva… e molto… anche a mio fratello piaceva ed al mio fidanzato al fronte, in Russia… il nazismo piaceva davvero a tutta la Germania. All’inizio almeno…

Eravamo entusiasti di abbracciare un ideale ed un partito così giovane e propositivo: felici di indossare le divise della gioventù hitleriana… anche se i nostri genitori… non ne erano poi così convinti.

Mio padre, fervente credente e liberale, lo ripeteva spesso: – “una nube si sta addensando sulle nostre teste e ce ne renderemo conto quando sarà troppo tardi”.

Noi figli lo zittivamo: – “Hitler è un grande uomo e desidera il benessere del nostro popolo; la Germania è un grande paese: abbiamo dato i natali a tanti filosofi e Wagner papà….siamo il faro che illumina l’Europa e dobbiamo tornare a ricoprire il ruolo che ci spetta”.

Avremmo presto imparato a nostre spese che la strada per l’inferno è davvero lastricata di buone intenzioni…

Le dittature iniziano con buone intenzioni, grandi ideali e discorsi di prosperità e pace e finiscono con il cercare un colpevole….ed una vittima: perché il reo è indispensabile, essenziale veicolare l’odio ed il malcontento del popolo verso un capro espiatorio.

Tutto è cominciato con le migliori prospettive ed è terminato con sei milioni di ebrei mandati a morire nelle camere a gas, la distruzione della Germania e l’infamia sul nostro popolo. Sapete quando i miei amici ed io abbiamo cominciato a pensare che il Nazismo era stato un madornale errore? Quando il nostro miglior docente ha perso il posto perché ebreo, abbiamo dichiarato guerra all’Europa, invaso intere nazioni e inviato migliaia di adolescenti a morire a Stalingrado.

La paura del futuro e il vergognoso sollievo nel trovarsi dalla parte giusta della barricata: noi, per fortuna non eravamo giudei; e grazie a Dio andavamo all’università, la guerra era lontana. Ma non potevamo ignorare la distruzione attorno a noi.

Dovevamo fare qualcosa, alzare la testa e dimostrare al mondo intero che la Germania non era tutta con Hitler: avevamo il dovere di restituirle dignità e poco importava che avremmo rischiato e probabilmente perduto la vita.

Così l’abbiamo fatto: un piccolo manipolo di folli, studenti di medicina e filosofia che hanno fondato una società segreta, una Rosa Bianca in un mondo di dolore. Noi a Monaco, gli altri nei dintorni… notti intere a stampare volantini, messaggi alla nostra gente: attenzione!! Siamo stati ingannati! Hitler perderà la guerra e noi la vita!! Stiamo combattendo una battaglia già persa e causando la morte di migliaia di persone! Dobbiamo ribellarci!!

Notti intere a scrivere e giornate spese a pensare a come poterci procurare la carta, razionata e costosa…

Davamo fondo alle nostre tasche vuote per comprare i francobolli: così se rubavamo la carta, almeno potevamo spedire qualche volantino… Avevamo inondato le città… più che un manipolo sembravamo un esercito inarrestabile… con la Gestapo sempre più alle costole.

Ricordo perfettamente la nostra ultima azione: all’università quasi allàalba, una grande valigia carica di più di 2000 volantini… io ed Hans che correvamo come pazzi distribuendoli agli angoli della facoltà di medicina. Avevamo quasi finito, ma sono stata incauta… il tempo incalzava ed io desideravo lasciarli tutti quanti, perché almeno tutti gli studenti potessero leggere ed informarsi sulle vicende di quell’assurda guerra.

Abbiamo perso troppo tempo e ci hanno arrestato, quasi colti sul fatto.

Da quel momento il tempo si è letteralmente dissolto: in pochi giorni siamo stati interrogati, processati con una misera farsa e condannati a morte… pochi giorni ma nessun rimpianto.

Il giudice assegnatoci, Roland Freisler, ci aveva condannati prima di conoscerci….

Durante il processo ci chiamava traditori della patria ed abbaiava improperi verso di noi: sapevamo che presto lui sarebbe stato al nostro posto e la sua anima dannata per sempre.

Non ci siamo lasciati intimorire: non abbiamo tradito gli altri membri della Rosa Bianca e non ci siamo piegati alle sue requisitorie; abbiamo affrontato il processo a testa alta.

Siamo stati decapitati un pomeriggio di febbraio del 1943 e purtroppo, nonostante avessimo mantenuto il segreto, in pochi giorni anche gli altri nostri compagni avrebbero patito la nostra

stessa sorte.

La nostra è una dura lezione, un imperativo morale a combattere per ideali e diritti, affinché non si ripeta più quello di cui siamo stati vittime e testimoni.

Sophie Scholl

Segui le orme di Ornitorinko anche su facebook!

Testo a cura di Francesca Ferrante da un’idea di Dome Aiello.