Thomas SankaraMia madre mi raccontava che il giorno della mia nascita, quel lontano 21 dicembre del 1949 era semplicemente un giorno come tanti altri nel mio piccolo e polveroso villaggio. Descriveva il parto e le doglie come una interminabile serie di insistenti fitte alle reni e poi… poi i miei occhi ed il mio pianto flebile e stanco, simile a quello di un gatto lasciato troppo a lungo sotto la pioggia.

I miei primi ricordi? Sono talmente tangibili nella mente che quasi riesco ad averli davanti a me, un lungo film senza fine con il vento aspro e caldo della mia malata terra a farvi da sfondo.

La terra: rossa, farinosa e calda, profumata del sole e dell’arido vento, difficile, aspra eppure tanto amata, come un familiare che rimbrotta e sgomita quando provi ad abbracciarlo.

E poi… la più grande passione: i libri. Meravigliose, affascinanti pagine mai bianche, capaci di trasportarmi in altre realtà, di dare sollievo agli occhi tormentati e circondati da una tale inspiegabile sofferenza, di aiutarmi a comprendere, ad avere pazienza, ma mai rassegnazione, ad indicarmi una direzione nello scegliere il mio futuro… quello che avrei voluto e dovuto diventare.

Perché, beh… vedete, sono stati proprio loro a scegliermi, tra tanti bambini tutti ugualmente affamati e poveri, tutti ugualmente fragili: assediati dalle mosche, che ti entrano negli occhi e cercano di creare un buco nella tua coscienza… di farsi ospitare di diritto… con la stessa inspiegabile mestizia con la quale innumerevoli africani accettano fame e povertà.

Ma vi siete realmente mai chiesti cosa sia la fame? Avete mai realmente provato cosa sia?

Ahhh…io ho tentato talmente tante volte di descriverla: quel divorante languore che ti accompagna al centro dello stomaco, persistente da bruciare fino al cuore, potente al punto di renderti indolente: estenuante e dolce, abilissimo nel privarti delle forze.

Eppure questa desolazione non mi ha scalfito, perché io sapevo di essere animato da una splendida e tenace missione.

L’ho compreso quel giorno che il mio papà ha dovuto scontare qualhe giorno di carcere, perché ascuola ne avevo combinata un’altra delle mie… un’altra delle mie ragionate ribellioni, ricevendo in cambio una punizione che contravveniva ad ogni buon senso, in un sistema penale dove la responsabilità non era personale, ma inspiegabilmente ereditaria.

Mio padre fiero ed ostinato, l’aveva fatta la galera, scontato la sua pena e ci sarebbe anche tornato nuovamente… per difendere le mie scelte, a condizione che, però, decidessi di trasformare quella fanciullesca ed irresponsabile protesta in un progetto maturo, razionale ed organizzato.

E l’ho fatto…

Ragazzi, fatico realmente a trasmettere con le parole l’emozione provata quel giorno che sono diventato, poco più che trentenne, presidente del mio Paese, l’Alto Volta, una piccola e misera nazione incastrata tra un cumulo di macerie e guerre, il Paese più povero al mondo.

Il suo nome, Alto Volta, lontano dalla cultura della mia gente e vicino a quella dei nostri colonizzatori, quei francesi che ci avevano trattato come merce e privato delle nostre ricchezze. 

Così una sera stellata, il vento mi ha portato il suo vero nome: Burkina Faso… che nella mia lingua significa terra degli uomini integri.

Integrità, rettitudine… una nazione abitata da uomini onesti, consapevoli e consci che privazioni e miseria non sono un alibi per cedere alla violenza ed alla rabbia, ma semplicemente porte aperte alla speranza ed alla felicità.

Ed io sarei stato il nuovo presidente di un piccolo mondo con al centro la felicità: uno stato di grazia che non sarebbe stato possibile se solo una parte della gentene avesse goduto o se avessi mirato al mio meschino interesse personale.

Ahhhh le idee sono passioni da tradurre in atti e beh….quanto si è lavorato nei primi anni di governo!!!

Perché l’Africa non ci avrebbe aspettati, così come tutti quei bimbi che probabilmente non avrebbero visto un’altra alba… perché perdere tempo non ci era concesso e sarebbe stato un crimine.

Come ero orgoglioso della mia gente quando indossavo la mia divisa blu cobalto, tessuta e prodotta interamente dalle nostre mani: non perfetta, ma splendidamente nostra.

Quanto ho gioito il giorno che ho finalmente potuto protestare dinnanzi a tutti i capi mondiali per quell’insulso capestro che è il debito dei Paesi poveri (video in basso).

Un debito talmente spropositato da non poter mai essere onorato e capace di portare alla distruzione ogni tentativo di indipendenza da parte nostra.

Quanto ho pianto, di nascosto e per pudore, alla vista di campi prima brulli ed ora rigogliosi e seminati, cullati dalle gaie voci delle donne.

Per la prima volta, tutte le televisioni mondiali puntavano i riflettori su di noi, cercavano di comprendere ed imparare… guardavano all’Africa come ad una risorsa e mostravano il miracolo della terra degli uomini integri: due pasti al giorno e cinque litri di acqua per cittadino.

I miracoli in realtà non esistono, ma la volontà…quella si; che può essere miracolosa e portare pace e serenità; qui: in questa parte dell’Africa insanguinata da una guerra criminale nella vicinissima Liberia, affamata di diamanti, destinati a comprare armi e a calpestare il sangue dei nostri fratelli.

Il discorso dinanzi alle Nazioni Unite: ricordo perfettamente quei volti inizialmente benevoli, trasformarsi in fredde maschere dinnanzi alle mie idee socialiste; a quell’tichetta che ha sancito la mia condanna.

Sapevo che sarei morto… che sarei stato ucciso… ma avevo una missione, un compito che andava oltre la mia stessa vita.

Negli ultimi giorni di vita, rivedevo quella famosa ruga di preoccupazione sui volti delle mie sorelle… un solco di lutto e disperazione, poiché tutti sapevamo che la felicità del Burkina non sarebbe durata a lungo.

Conscio di dover lasciare questo mondo molto presto, tuttavia, non immaginavo che il mio fratello più caro, Blaise Compaoré, amico di tante battaglie e fatiche mi avrebbe venduto e ucciso in nome di denaro e potere.

Semplicemente per prendere il mio posto, ma non il mio ruolo…

Cosa ho pensato quando il mio più caro amico, fratello, mi ha fatto fuori?

Ho solo provato una immensa pietà per lui, perché io avrei trovato la pace e sarei tornato a riposare sulla mia amata terra rossa, ma lui avrebbe condannato la sua esistenza ad una eterna sofferenza, presto resa insopportabile alla vista di una nuova ondata di miseria e povertà.

Mi ha ucciso mentre stavamo discutendo di pressanti affari di governo: indifferente al tradimento ed insofferente alla vista del mio sangue; il sangue del suo popolo. La mia morte è stata l’uccisione della speranza di un futuro migliore per l’Africa intera.

In quei momenti avrei voluto ricordargli quando da bambini correvamo tra le spighe di grano o quando da adulti preparavamo il caffè a notte fonda, conservando le ultime energie in vista di nuove idee comuni.

Amici miei… pensare di uccidere le idee o renderle inoffensive sarebbe come tentare di svuotare il mare usando un secchio….

Finché un solo bambino morirà ancora di fame e piangerà tra le macerie della sua casa…

O una sola donna verrà stuprata o uccisa in nome di un mondo arcaico e guerrafondaio, ogni governo sarà responsabile, senza frontiere o giurisdizioni… perché la terra degli uomini integri è una soltanto e non ha confini.

Siate felici!!!

Thomas Sankara

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Testo a cura di Francesca Ferrante da un’idea di Dome Aiello.