Ciao a tutti gli “animali strani” che seguono questa mia “fotorubrika”, Maktub! Grazie anche grazie all’aiuto e interesse di Ornitorinko. Oggi presentiamo la settima puntata di questo progetto, la quale racconterà l’impatto di una recente guerra sulle vecchie e nuove generazione di un remoto campo sfollati situato in un altopiano montuoso nei pressi di Tblisi.

Dal 2008 un pugno di persone sopravvive tra ingiustizie e sconforto! Andiamo a scoprire qualche nuova storia?!

PulminoFoto pulmino: In mattinata raggiungo la stazione dei minibus, una piazza caotica dove venditori ambulanti, contadini, militari e cittadini si amalgamano in un turbine di polvere e ortaggi.

Salgo su un marshrutka, i celebri pulmini a dieci posti che all’esigenza arrivano a tenere anche cinque – sei persone in più, come dimostrano dei piccoli sedili smontabili posti a fianco del mio. Si parte con difficoltà. Il volante e parte del cruscotto sono tappezzati da una miriade di cartoncini raffiguranti le facce dei santini più amati. Il minibus si tuffa con coraggio in mezzo al traffico cittadino, come se all’improvviso si animasse di vita propria!

Man mano che le persone salgono, lo spazio si riduce e l’atmosfera diventa tipica, lasciandosi alle spalle orde di turisti curiosi. Ortaggi, frutta, imprecazioni e segni della croce sono all’ordine del giorno, anche se non ho ancora bene capito se il gesto religioso sia da attribuire alla paura di schiantarsi o semplicemente ad un preghiera silenziosa tra se e sé.

AnzianaFoto anziana: “Ho lasciato tutto là, la mia piccola casa, i miei oggetti. Sono stata trasferita qui senza soldi ne documenti. Piango ogni giorno per questo. Mia sorella vive qui con me ma è malata e non posso nemmeno portarla in ospedale a Tbilisi.

Qui siamo chiusi,  come un ghetto. Abbiamo anche un cimitero. Mio marito è sepolto li. Spesso in inverno l’acqua è ghiacciata e non fuoriesce dal rubinetto. Un altro problema grande per i giovani è la disoccupazione … nemmeno il terreno va bene, è impossibile da coltivare. In compenso l’alcool non manca mai. La nostra fede profonda ci permette di vivere in qualsiasi condizione, ma la cosa migliore per noi sarebbe tornare ad Akalgori, anche se ora, vicino al nostro caro paese, hanno costruito una grossa base militare. Speriamo non distruggano la mia casa”.

Carretto

Foto carretto: Il viaggio verso il successivo campo sfollati è più lungo del precedente, ed il minibus ancora più lento.

Dobbiamo percorrere circa venticinque km fuori Tbilisi, svoltare in una stradina sterrata e arrampicarci per quindici minuti buoni lungo una serie di tornanti fangosi.

A tratti il minibus borbotta e rallenta cosi tanto che procediamo quasi a passo d’uomo, ma la tranquillità in certi posti è di casa, cosi mi lascio cullare in un misto di ammirazione e nostalgia.

 

BambiniFoto bambini: Un ghetto. Strascichi di guerre passate e future che portano alla sofferenza e inadeguatezza di tante persone innocenti. Un ghetto non recintato ma comunque indissolubile. Un pugno di case perso in cima ad un altopiano. I quattro bambini che incontriamo ci propongono di fare una passeggiata e ci raccontano della noia che caratterizza a volte le loro giornate e sognano scherzando una fresca piscina incui buttarsi.

È quasi il tramonto. Un signore diretto in città ci offre un passaggio. Mi volto e fisso per un po’quel pugno di case bianche, dove le persone, malgrado il dolore ed il ricordo nitido della guerra sopravvivono con dignità e coraggio tra difficoltà e dubbi quotidiani. Un giorno a Prezeti.

 

Campo sfollatiFoto campo sfollati: Già dalla scorsa estate ho cominciato a viaggiare in Georgia per cercare di capire l’attuale situazione del Paese, ma anche per ripercorrere, attraverso le semplici testimonianze dei cittadini la storia del conflitto esploso nella notte tra il sette e l’otto agosto 2008.

Un conflitto durato cinque giorni, ma in grado di mietere circa 1700 vittime tra i civili e renderne profughi altri trentamila. Profughi e sfollati che, perlomeno quelli da me incontrati, oggi vivono in gran parte all’interno degli IDP camps (internally displaced people) … piccoli o medi quartieri situati nella periferia di Tbilisi, a circa venti, trenta km di distanza.

Continuiamo a raccontare…

Matthias Canapini

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