Dalida MocciMi chiamo Dalida Mocci, ho 51 anni e sono una viaggiatrice stile randagio da quando avevo 15 anni. Quanto tempo è passato!!!  Mi ricorderò per tutta la vita il mio primo lungo spostamento . Ero in superstrada con un misero zaino e tanta voglia di scoprire il mondo, una ragazzina che in autostop è arrivata in Spagna, fino allo stretto di Gibilterra.

Un mese e mezzo di viaggio , tra passaggi in auto o camion, rubati di prepotenza o meravigliose convivenze di giorni con i gitani in Spagna nei loro camper. Dio che sapore aveva il viaggio. Unico, irripetibile, niente di scontato, tutto alla ricerca della totale scoperta del conoscere per riconoscere.

Inizialmente il viaggio per me era una via di fuga. Abitavo ed abito tutt’ora in un piccolo paese dell’ Umbria, baciato da tante chiese e oppresso da genitori che vivevano della coltura, dei nostri amati campi . Non si poteva concepire nemmeno la vacanza, figuriamoci il viaggio.

Vi potete immaginare una ragazza di paese che cerca la sua identità e la sua autonomia ribellandosi agli ordini del sistema familiare che vigeva ????

Bene , quella ragazzina ero io , spinta da una voglia irrefrenabile di scoprire cosa ci fosse al di là del muro, sia dalla grande voglia di sfidare tutto e tutti e scappare da ogni tentativo di sottomissione.

Con gli anni mi sono esercitata nell’ arte del viaggio, nell’ arte dell’ arrangiarsi… diventando, giorno dopo giorno, mese dopo mese, sempre più solitaria.

Mi caricavo e mi carico tutt’ora il mio zaino sulle spalle e via alla conquista di un nuovo mondo!!!

Quando chiudo la Porta di casa inizia il Viaggio, l’ accostamento dell’ uscio fa’ scattere il momento del Conto alla rovescia. Naturalmente non c’ è chi mi accompagna. Il viaggio comincia. È’ il mio momento, tutto il resto non conta .

Di solito amo improvvisare. Mi creo una meta mentale, un biglietto di andata e poi tutto il resto è da stabilire, da scoprire. La mia metà di base e’ l’India, dove sono andata tante volte.

A chi mi chiede perché vado in India, rispondo sempre, non per ritrovare me stessa ( solito luogo comune ) ma per ritrovare i sapori, odori, colori, di ciò che eravamo.

Mi ricorda la mia infanzia, il nostro vivere nella semplicità. Sono mesi in solitaria dove il viaggio, i posti da esplorare attraggono la mia attenzione. Mi faccio accarezzare la guancia dal vento , all’ ultimo piano di un vecchio edificio indù abbandonato in cima ad una collina o mi faccio trasportare dalla dolcezza di tanti occhi grandi con cui ti guardano i bambini indiani, che chiedono attenzione.

Episodi che rimangono impressi nella mente a bizzeffe, momenti indelebili, fatti di sguardi, dolore, sorrisi e tanta ma tanta fatica.

Ricorderò sempre una delle mie prime volte in India, quando vidi per strada una donna seduta a terra, mi avvicinai per curiosità, non decodificavo la sua postura, mi sembrava irreale, inverosimile. Da vicino mi resi conto che era una sopravvissuta alla lebbra. Io avevo comperato dei dolci indiani e tenevo il sacchetto in un palmo. In quel momento non ho messo a fuoco cosa stessi facendo, mi sono ritrovata seduta accanto a lei sul ciglio della strada mentre le infilavo in bocca i dolci che avevo appena comperato. Le sue deformità erano scomparse ai miei occhi. Siamo state tutto il pomeriggio lì, sorridendoci e guardandoci negli occhi, la conversazione languiva ma poco importava, ero grata per il tempo che lei mi aveva donato .

Il viaggio, non c’è dubbio, muove una marea di emozioni, esplori dei lati di te che sono sepolti sotto una marea di pregiudizi , opinioni altrui. A volte ti sorprendi delle tue stesse reazioni, non ti aspetti di essere così “diverso “, impari a conoscerti e ad apprezzare il mondo nella tua complessità. Quando ci si mette in viaggio non ci si abbandona ai giudizi, ci si lascia ammaliare dalle usanze, dalle credenze, non si può cadere nella trappola del perbenismo, del pulito o non pulito.

Se sei in viaggio devi vivere la realtà che ti ospita senza pretendere nulla in cambio. Ascolta, osserva, assimila e tornerai più arricchito di quanto credi.

Ho ancora stampato nella mente e nell’ anima gli occhi dei bambini, quegli occhi neri e lucenti pieni di speranza, occhi che raccontano una storia, quella della povertà, della privazione, della consapevolezza. Occhi che ti restano aggrappati al cuore, mentre guardano un sacco di riso e contano le poche rupie rimaste in tasca. Occhi che cercano rifugio , occhi che cercano aiuto… occhi che non ti abbandoneranno mai…

Il viaggio ti permette di liberarti, di sprigionare veramente la tua essenza.

Quante volte in molte situazioni, in casa nostra, risolvi chiedendo aiuto con una semplice telefonata, magari ne potresti fare a meno, ma hai bisogno che qualcuno dall’ altro capo risponda per tranquillizzarti… il viaggio ti permette di superare quella barriera, di cercare in te la motivazione, ti spinge a provare che ce la fai e ce la farai sempre, che supererai le paure, la solitudine e con il passare dei giorni scoprirai anche che ti senti libero.

Senti che ti elevi, che prendendo fiato i polmoni si allargano… hai imparato ad abbandonare i tuoi vecchi pensieri e finalmente vivi al di fuori di una piccola parte di mondo che conoscevi…

È’ tempo di preparare lo zaino… il mondo ci aspetta per regalarci un meraviglioso scorcio su di noi… ciò che potremmo essere. Sii inizia una nuova avventura!

Un saluto randagio,

Dalida

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