Francesca Ferrante - 2Mi chiamo Francesca Ferrante e nel “lontano” febbraio 2014 prendevo un volo per arrivare in Australia, nella bellissima e cosmopolita città di Sydney. Avevo un biglietto di andata e anche uno di ritorno… a cui, è seguito un altro biglietto (stavolta di solo andata). E qui sono rimasta infatti…. e intendo restare for the rest of my life….

Non voglio dilungarmi sulle bellezze
naturalistiche di questo grande paese, ma sulla normale vita quotidiana… sugli aspetti più veri e prosaici che riguardano gli italiani all’estero.

Perché i turisti non lo sanno, ma i residenti sì… Questa è dedicata a voi, cari italiani all’estero, che fate i conti con la vita di ogni giorno e che, beh, avete smesso di scattare ossessivamente foto da un bel pezzo….


Sapete cos’è la saudade?? Mio papà me ne parlava da bambina…. sottolineando soddisfatto che noi, non essendo brasiliani, e non avendo nessuna necessità di espatriare, beh… di certo non l’avremmo mai provata. Ahhhhh il mio papà, onesto funzionario del Sud non immaginava che proprio la sua unica figlia, gli avrebbe un giorno spiegato che non solo i brasiliani e i calciatori ne soffrono….

Sapete? A me piace usare le parole, lo faccio per lavoro. Mi piacciono e, essendo perennemente a dieta, mi danno più conforto di una busta di patatine (almeno in parte in verità…).

Saudade mi ha sempre fatto pensare al suono dei passi sulla sabbia, alla impalpabilità della nostalgia… allo spleen britannico… insomma a quella sensazione che ti cattura lo stomaco per giorni, tipo diario di Bridget Jones (ma senza il mitico barattolo di gelato). Quello a cui non ero preparata erano le sue possibili e variegate manifestazioni.

Sono qui in Australia da oltre un anno: è stato un periodo fantastico… ho vissuto più in questi quasi due anni che nei miei 34 precedenti; conosciuto gente meravigliosa (alcuni un po meno a dir la verità); toccato altre culture, mangiato i noodle (impossibile pensarlo fino a pochi mesi fa….io ( pasciuta ragazza del sud cresciuta a parmigiana e pasta al forno) …insomma direi che tutto procede a gonfie vele. Ho uno splendido lavoro di insegnante, che  mi offre la possibilità di comunicare la nostra lingua e, cosa ancora più preziosa, poterla parlare il più possibile.

A distanza di tempo l’ottimismo continua a prevalere, mi alzo al mattino col sorriso sulle labbra e la consapevolezza di essere davvero privilegiata….

Se non fosse per quei giorni in cui (e non mi riferisco al ciclo mestruale).

Beh guys, quei giorni sono poco piacevoli e, in questo casi, l’unica cosa intelligente da fare secondo me è chiudere il libro del giorno e aspettare quello successivo in cui le cose andranno sicuramente meglio…. come un mal di testa di passaggio o un temporale estivo.

Sono quei giorni in cui:

– hai la febbre e vorresti qualcuno che ti facesse compagnia e parlasse la tua lingua….semplicemente essere nella tua casa e con la mamma che si affaccenda ansiosa e ti tocca la fronte per controllare la temperatura (al sud il termometro non è preciso quanto la mano della mamma, che ti cucina il pollo in brodo anche se hai ormai da tempo superato l’adolescenza e fuori ci sono 40 gradi);

– dividendo la cucina e piatti con altri, li trovi costantemente sporchi e macchiati di ogni genere di condimento e ti piacerebbe davvero tanto testare la legge di gravità sulle porcellane di Target;

– vorresti comprare una nuova coperta, creare un ambiente più confortevole, ma poi ti dici: ‘dove la lascio quando sono in Italia?!?!?’

Divieni consapevole che dovrai, almeno per lungo tempo ancora, convivere con un senso di precarietà…

E poi… poi assisti a veri e propri crimini culinari, punibili con la detenzione a vita, cercando di essere imparziale.

Guardi preparare la pasta con il pollo e la salsa barbecue e vorresti specificare che il povero pennuto non sarebbe d’accordo e che la relazione degli italiani con lui è ‘codificata’ dai tempi dei Romani: alla cacciatora o nel forno con le patate, ma non sulla pizza.

Sapete?? Il momento più bello delle mie giornate in Italia era il risveglio…..quando trovavo la mia mamma che mi preparava il caffè in cucina… quando mi affacciavo alla finestra e guardavo l’alba e sentivo il profumo dei gelsomini in fiore. Perché diciamola tutta…noi italiani abbiamo un forte sentimento familiare. Non siamo bamboccioni forse, e, se anche fosse, così ad uno sguardo esterno, a noi in fondo non dispiace.

Forse il complesso di Edipo o quello di Medea su di noi non funzionano… forse non sono patologie, bensì qualità.

Perché quel fanciullo pascoliano che alberga negli abitanti della penisola più bella del mondo, è anche la chiave del nostro successo, della nostra originalità… del preziosissimo ‘pensiero alternativo’!

Comunque oggi il caffè lo preparo io e, nonostante compri la stessa marca (al doppio del prezzo), beh è inutile dirvi che non ha lo stesso sapore.

Le abitudini, quelle ripetitive azioni che ci hanno portato a mollare tutto e cercare di cambiare il nostro destino, armati di belle speranze… sono ancore che rappresentavano un vero e proprio  problema per noi “animali strani”. Quelle che, diciamolo sinceramente, ci fanno guardare anche con una nota compassionevole i nostri amici che ormai hanno famiglia e figli…. quella vita a cui abbiamo rinunciato nella piena consapevolezza che non fosse giusta per noi.

Eppure… nel contempo i cliché, le care vecchie e noiose azioni di ogni giorno, sono la nostra cultura e, proprio quando credevi che mai, dico mai, le avresti rimpiante…. pensi che portarle con te non è male.

Scopri che il sottile confine tra cultura di un popolo ed abitudine è talmente impalpabile che spesso non riesci a definirlo……

La saudade ti acchiappa quando meno te lo aspetti… quando vedi passare una Renault identica alla tua (solo più pulita) e, improvvisamente, ti ritrovi catapultato a casa. Sei anche in grado di vederla, lei, la tua auto che ti sorride parcheggiata nel giardino di casa e se ti soffermi un po’ di più, puoi anche sentire il custode del tuo stabile, che ti saluta e augura il buon giorno. Ti sorride e ti fa una battuta in dialetto, mentre tuo padre canta in bagno, facendosi la doccia….

Ti piace tornare in Italia (anche se ogni volta che compri il biglietto aereo ti senti più salassato di un uomo del medioevo) e sentire che un ‘come stai??’ interessa davvero al tuo interlocutore…

Pagare il caffè al bar un euro e apprezzare che non ne abbiamo infinite varietà, ma il nostro è migliore….

Comprare il pane da uno dei tuoi amici: è caldo, profumato e… non aspetti il pranzo… lo mangi li’ sul posto e ti scuoti sorridendo le briciole di farina dal vestito.

Giorni in cui ti disturba immensamente quel ripetuto ‘no worries’ utilizzato quasi come una cantilena senza senso… Proprio il ‘no worries’ che all’inizio ti faceva brillare gli occhi e volevi sulla tua t-shirt.

Un giorno un amico residente qui da tanto tempo mi ha detto: ‘Francesca devi capire una cosa importante. Potrai amare questo paese alla follia, inserirti ed avere un ottimo lavoro, ma ricorda, ti mancherà sempre qualcosa dentro…. perché questa nazione non sarà mai davvero tua…e lo sai perché?? Perché tu non le appartieni… e per quanto ti sforzerai di farlo… beh vedrai…’.

Si dice che ogni cosa, ogni aspetto della vita abbia il suo rovescio della medaglia e chi non lo nota o è uno stupido o un illuso….

Quella saudade…. beh è proprio vera! Ha la consistenza della sabbia ma, alcune volte, pesa davvero come un macigno…

Un saluto un po’ nostalgico,

Francesca

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