Ciao di nuovo a tutti! Grazie infinite per continuare a seguire le piccole ma grandi storie che tento di raccontare, in questo caso anche grazie all’aiuto e interesse di Ornitorinko. Oggi presentiamo la terza puntata della fotorubrika “Maktub”, che, come la seconda realizzata circa un mese fa, parla nuovamente di Siria e di una guerra atroce sempre più ignorata. Migliaia di persone in fuga transitano ogni giorno per la grottesca “porta della pace”! Ma di cosa si tratta?  

Bambina gioca con una pistola all'interno del campi sfollati di Shenmarin, allestito per bambini orfani. La maggior parte dei minori soffre di disturbi mentali e traumi profondi derivanti dalla violenza vista.

Bambina gioca con una pistola all’interno del campi sfollati di Shenmarin, allestito per bambini orfani. La maggior parte dei minori soffre di disturbi mentali e traumi profondi derivanti dalla violenza vista.

LA PORTA DELLA PACE

Il cielo è nero, maligno, piove continuamente ed incessantemente. Entriamo nel primo edificio segnalatoci: un ex deposito di merci in cui si snodano all’interno cantine buie e stanzine sverniciate. Sbucano numerosi bambini senza scarpe ne vestiti pesanti, mentre altri si scaldano intorno ad un fornellino. Filtra acqua piovana e muffa e le sei famiglie che abitano qui dentro sono sprovviste di cibo, acqua calda,
riscaldamento. Un uomo senza gambe, seduto su una sedia a rotelle, ci fissa dall’angolo più buio dello scantinato. Cambiano le dinamiche dell’ambiente ma è come se fossimo tornati dentro un campo sfollati. Al posto delle tende, scheletri di case. Per il resto, tutto rimane.

Nel secondo edificio che  visitiamo le stesse identiche scene. Al posto delle porte e delle finestre ci sono cartoni, pezzi di lamiera o teloni logori.

Lasciamo le scarpe all’ingresso e portiamo a mano qualche coperta pesante.

“Eravamo seduti alla nostra tavola, un giorno qualunque nel pieno della guerra. Un boato ha scosso l’aria e dal terrazzo di casa abbiamo visto piovere dal cielo un barile incendiario proprio sopra il nostro palazzo. Siamo scappati così come eravamo, senza abiti, coperte o cibo. Ora non ho soldi nemmeno per comprare della frutta a mio figlio”.

Una mamma termina la sua testimonianza con un sospiro mostrandomi i palmi delle mani vuote, mentre il più piccolo dei figli mordicchia la buccia di un’arancia. I panni sono stesi sul tetto o su recinzioni improvvisate e gli interni sono caratterizzati da porte sventrate, tappeti, coperte, una stufa o un fornellino per il the. All’esterno del rifugio altre venti persone, scalze e coi piedi immersi nelle pozze d’acqua,
aspettano la loro parte di aiuti giornalieri. Conto solamente due uomini tra loro.

Bossolo di lancia granate sparato all'interno del campo sfollati durante gli ultimi scontri armati. Molti bambini raccolgono queste armi scambiandoli per giocattoli ma il più delle volte contengono ancora della carica esplosiva all'interno. L'esito è ben immaginabile.

Bossolo di lancia granate sparato all’interno del campo sfollati durante gli ultimi scontri armati. Molti bambini raccolgono queste armi scambiandoli per giocattoli ma il più delle volte contengono ancora della carica esplosiva all’interno. L’esito è ben immaginabile.

Ci muoviamo, incontrando ancora bambini, giovani madri, anziani. Due famiglie abitano in capanne di dieci metri quadri stipate nel cortile di una palazzina a quattro piani. L’angolo del giardino è usato come bagno (un buco scavato nella terra) e le pareti sono costituite da rigidi teloni di colore blu. Una neonata comincia a piangere forte, la giovane mamma ci saluta e scompare dietro la porta in legno che scricchiolando, divide due mondi infinitamente lontani.

Le strade si riempiono di piccoli studenti di ritorno dalle lezioni pomeridiane. La maggior parte di essi si infila all’interno delle palazzine fatiscenti visitate finora ed è semplice constatare che anche loro sono profughi siriani. A vederli li, infreddoliti, con lo zainetto sulle spalle ed una sciarpa di lana intorno al collo, non sembrano siriani. Ne profughi. Sono semplicemente bambini che, ne sono sicuro, se dovessi chiedergli che fazione armata sostengano, alzerebbero ingenuamente le spalle rispondendoti con un sorriso in grado di racchiudere tutta la loro dolcezza.

Confine Turco

Confine turco – siriano. La bambina presente in fotografia stava giocando nel cortile di casa, periferia di Aleppo. Un mortaio è caduto nelle vicinanze, uccidendo i genitori e ferendola in cinque punti diversi della gamba.

Il doganiere turco è ben vestito. Giacca, camicia e cravatta d’ordinanza. Ci fa passare con disinteresse, evitando pure di esaminare i nostri passaporti. Entriamo nel corridoio che divide Turchia e Siria, lungo questo spazio indefinito visto come terra di nessuno. Il furgoncino procede a zig-zag evitando le gomme dei camion lasciate li a marcire e qualche rado cumulo di cemento. Intravedo un paio di famiglie attraversare (perlomeno stando ai cartelli rossi ai lati della strada) il confine disseminato di mine antiuomo, trasportando un materasso, qualche secchio di plastica o un borsone di vestiti.

L’esodo implacabile di un popolo. Avvicinandoci alla dogana siriana vengo colto da un misto di tensione e adrenalina. Una ventina di soldati, tutti appartenenti all’ESL (esercito siriano libero) mi danno per la seconda volta un caloroso e grottesco benvenuto in Siria. Pick up e mitragliatrici, armi e soldati, tende e fango. Il mondo intorno a te si capovolge mentre, avanzando, penso ancora al doganiere turco. Quello ben vestito si! L’ultimo traccia di “normalità” prima del cambiamento repentino.

Nel campo di Bab Al Salam, che in arabo, malgrado il luogo in cui ci troviamo significa “la porta della pace”, hanno trovato rifugio circa tredicimila persone, ma centinaia di famiglie ogni giorno giungono qui dalle zone bombardate di Aleppo e dintorni. Questo campo è situato nella piazzola dell’ex dogana, dove i camionisti un tempo parcheggiavano i loro pachidermi d’acciaio. Con sorpresa ci lasciamo alle spalle il fango indefinibile di Bab Al Salam per poi superare le macerie di alcuni edifici bombardati pochi mesi prima.

Le strutture in cemento sono accartocciate su loro stesse come fragili fogli di carta e riportano sulle pareti il colore nero della fuliggine, provocata probabilmente dal fuoco dell’esplosione. Continuiamo il nostro breve itinerario in terra siriana per circa quindici km fino a raggiungere il campo sfollati di Shemarine.

All’interno notiamo con sorpresa che non ci sono più tende, ma solidi prefabbricati con bagno incluso, non più il fango melmoso intravisto a Bab Al Salam, ma distese di solida ghiaia. Una sezione del campo è allestita per cento famiglie rimaste senza marito e padre. Giovani mogli già vedove e teneri figli già orfani. Ci sono come sempre un sacco di bambini e si muovono a branchi qua e là, guardandoci con sorpresa e un pizzico di apprensione. Molti di loro si sbizzarriscono nelle altalene o negli scivoli multicolori del parco giochi. La vita va avanti!

Mentre distribuiamo degli aiuti umanitari mi trovo di fronte questa moltitudine prorompente di persone: donne dal velo variopinto, anziani con zuccotti bianchi in testa o bambini infreddoliti senza scarpe ne
giacconi. Non riesco a fotografare, un blocco emotivo mi sale da dentro e mi limito a trasportare questi sacchi colmi di cibo, a volte l’unico vero aiuto concreto al di là di fotografie ben inquadrate e bei discorsi.

Una mamma è scappata dalle campagne di Aleppo con i suoi sei figli ed ora chiede un paio di scarponcini per il più piccolo. Aiuto un’altra bambina ad incalzare una scarpa, per valutare insieme se può andare come misura. Sento i suoi piedi freddi trovare spazio e forma all’interno della scarpa e capisco quante piccole, ma non per questo meno letali conseguenze può nascondere una guerra. Penso al divario che divide il nostro mondo da quel che ho dinnanzi ora.

Una bambina non indossa scarpe più grandi e lunghe per assomigliare alla mamma, ma perché non ne ha altre. Le giovani madri non mangiano per seguire qualche dieta, ma per permettere ai figli di sfamarsi. Gli adolescenti non stanno a zonzo per sgarrare la scuola, ma perché non hanno la possibilità di studiare pur bramando libri e penne. Ed i bambini non giocano alla guerra perché in un certo senso è divertente, ma perché è l’unica realtà che hanno vissuto e visto fin da neonati.

Purtroppo a volte ci è concesso solo di scoprire una realtà, sfiorando le altre che si annidano al di sotto di essa. Decido di inoltrami all’interno del campo e lasciarmi il magazzino alle spalle. Fossati di acqua salmastra, bambini sporchi e soli lasciati sull’uscio delle tenda. Un minareto si alza poco distante e nella luce tersa del mattino sbucano i fedeli diretti alla messa o qualche ragazzino alla ricerca di cibo o acqua. Mi spingo fino ai confini del campo, laddove un gruppo di volontari sta cercando di costruire delle casette prefabbricate da destinare ai vecchi e nuovo sfollati. Ci sono numerose famiglie nonché tantissimi bambini orfani o forse abbandonati poco distante.

Oggi non piove e se stanno seduti su cumuli di terra bagnata ad aspettare. Con loro hanno solamente qualche coperta, delle provviste o una pentola per cucinare … un sfacelo continuo a cui è difficile abituarsi. Poco distante altri cinque bambini, due dei quali visibilmente denutriti o perlomeno davvero molto magri, giocano immergendosi fino alle ginocchia in una pozza di melma e acqua puzzolente.

Le loro urla di divertimento sembrano quasi squarciare l’anima, correre oltre il muro del campo fino a prendere il volo, lontano da qui. Per caso conosco Isham, un ragazzo sui trentacinque anni che lavorava come insegnante in una scuola di Azaz, prima che il suo mondo crollasse sotto il rullo irrefrenabile del conflitto. Mi offre una sigaretta poi, sorridendo gentilmente, comincia a raccontare la sua storia in un ottimo inglese: “Vivo qui da più di un anno. Prima ho combattuto al fronte per sei mesi e sono stato ferito ben tre volte: nel polso, nell’avambraccio e nel petto. Le cose ora sono cambiate drasticamente, le persone che vedi qui, principalmente scappano dai barili esplosivi carichi di TNT e sganciati dagli elicotteri di Assad. Aleppo è ridotta al lastrico, sta cadendo giorno dopo giorno anche se i nostri ribelli stanno resistendo come possono”.

Isham parla con calma, aspirando grandi boccate di fumo con la bocca e rigettandole dalle narici del naso adunco. “Un grosso problema qui a Bab Al Salam è l’igiene, la pulizia, i bagni soprattutto! C’è un
solo bagno ed è unico per donne e uomini. Anche la mancanza di latte per i più piccoli … pensa che molte mamme non riescono ad allattare per il cibo scarso o non adeguato. Si contano già alcuni casi di
denutrizione, per fortuna molto rari”.

Campo sfollati di Bab Al Salam. Una donna torna verso casa con la sua scorta d'acqua giornaliera, camminando tra fango e freddo.

Campo sfollati di Bab Al Salam. Una donna torna verso casa con la sua scorta d’acqua giornaliera, camminando tra fango e freddo.

Scuote la testa mentre mi invita a proseguire il “tour” in questa nera distesa di sofferenze e paure. Le ambulanze sfrecciano veloci verso la frontiera turca. Un via vai costante da Aleppo al confine. Le bombe continuano a piovere dal cielo senza lasciare tregua ai civili che continuano a vivere nei centri abitati. Non basterebbe un mese per ascoltare tutte le storie che racchiudono queste persone ma basta passare qualche minuto tra loro per capire il livello di disperazione e le condizioni disumane in cui vivono. Le tende sprofondano nella melma. Qualche famiglia mangia solo del pane o una ciotola di riso al giorno.

Migliaia di persone non hanno abiti pesanti per coprirsi, ne stivali o scarpe per camminare tra il fango. Una nutrita percentuale di bambini accusa forti traumi psicologici ed è facile vederli giocare alla guerra … a spararsi e far finta di abbattere elicotteri. Mentre io e Isham camminiamo tra le tende vediamo un bambino coi capelli rasati agitare un bastone in aria, mirare e sparare in un punto indefinito del cielo.

Alcuni dei bambini presenti si ammalano a causa del freddo e vengono ricoverati in ospedali vicini. Piangono per il freddo e la fame mentre le madri chiedono aiuto sperando di trovare scarpe o abiti pesanti per ripararli. Stipate nelle tende vivono insieme dalle cinque alle diciassette persone che, quando la notte cala, si scaldano mani e piedi attorno ad una stufa d’acciaio. I ratti che infestano il campo sono portatori di malattie e infezioni e come se non bastasse il volto della guerra è perenne, sempre pronto a mostrarsi sotto forma di armi, filo spinato, rumori angoscianti. Il cancro putrido della nostra società a cui nessuno può tirarsi indietro.

Si fanno incontro Mahmod e Marah, maschio e femmina, due giovani volontari della mezzaluna araba. Ci mostrano una tenda con su scritto: “Assad cadrà presto, incha’ allah”.

Marah ha due occhi bellissimi e un sacco di lentiggini in viso. È qui per dare supporto alle donne del campo, molto di esse -racconta- non sanno nemmeno scrivere ne leggere. Assistenza psicologica e affettiva. Proseguiamo fino ad incontrare un gruppo di bambini. “Oggi non abbiamo mangiato niente. Ieri un po’ di pane e l’altro ieri qualche oliva”. Si avvicinano altri nove bambini che fino ad un attimo prima giocavano a lanciarsi pallottole di fango. Uno di loro mi mostra il suo unico giocattolo di cui, considerando l’espressione del viso, ne va più orgoglioso: una ranocchia di plastica di colore verde!

Chiediamo quale è il cibo più frequente da un mese a questa parte: “Pane e riso, quando arrivano gli aiuti però” rispondono i piccoli quasi all’unisono. Non vedo adulti nei dintorni. La fiumana di persone continua ad arrivare, interagire, trovando con fatica un giaciglio momentaneo dove trascorrere la nottata.

Alcuni ragazzi lavano scarpe e pentole in una pozzanghera marrone, forse la disponibilità d’acqua giornaliera è anche oggi finita?! Chiedo cosa pensano i bambini di tutto ciò e Isham traduce: “Chiedono quando tornerà tutto come prima … quando verrà il giorno in cui potranno tornare nelle loro vecchie case e dormire finalmente tranquilli”. Sembra che in questi angoli di mondo non esista il natale, il capodanno, il primo giorno dell’anno. Sembra che non esista niente all’infuori della sopravvivenza giornaliera.

Un vortice stretto tra incertezze e dubbi quotidiani. Luoghi dimenticati dove il dolore ed il disagio umano toccano l’estremo limite delle nostre esistenze.

Un contadino fa pascolare due pecore sul ciglio della strada fino a condurle al di là di un guard rail. Al fianco dell’autostrada c’è un aratro conficcato nella terra. Tutto scorre via. Le pecore, l’aratro, il campo di Bab Al Salam, le bombe, la sofferenza, la guerra.

Vorrei sedermi per terra e rimanere per ore a guardare il mondo scivolare via. Per poi risalarci al volo certo, ma per ora lasciarlo andare senza di me. Sto mutando.

Continuiamo a raccontare.
Matthias Canapini

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