Ciao di nuovo a tutti! Grazie infinite per continuare a seguire le piccole ma grandi storie che tento di raccontare, in questo caso anche grazie all’aiuto e interesse di Ornitorinko. Oggi presentiamo la seconda puntata di “Maktub” con alcune brevi storie vissute in Siria, a ridosso del confine turco, circa 2 anni fa, a cavallo tra settembre e dicembre 2013.

Il primo di due appuntamenti dedicati al conflitto in Siria, sempre più pressante e drammatico, giorno dopo giorno.

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Guardie armate a ridosso del campo sfollati di Atma, confine turco-siriano.

Morire di noia

La tensione è alta. I venti di guerra, inodori, soffiano correnti che sanno di macerie e sangue. Folate secche sbattono contro questa mite porta d’ingresso a ridosso del confine nord. Aliti caldi di miseria e stanchezza.

Un pick up con giovani armati dalla kefiah rosso-bianca sfreccia a sud, verso una terra martoriata chiamata Siria. Siamo seduti in un ristorantino lungo una delle vie principali di Reyhanli. Parlo con Yaser, ventisette anni, solo dopo il terzo bicchierino di the, misura temporale delle conversazioni. “Il mio villaggio a nord di Aleppo è stato completamente distrutto. Sono emigrato in Libano e poi in Turchia. Ora vivo ad Idlib ma non vedo la mia famiglia da più di un anno. Ho vissuto anche ad Homs e Hama. Dall’inizio della guerra ho vistotanti morti, tante bombe sganciate e naturalmente i cecchini, sempre. Il figlio di mia sorella è stato uccisopochi mesi fa”.

Hai paura, chiedo. “No, ormai questa è la nostra normalità, le persone in Siria non hanno paura di morire”. Mi colpisce la freddezza del suo sguardo, occhi quasi spenti, nascosti in parte dalla penombra proiettata dalla visiera del cappello.

Yaser ha studiato per due anni fisica all’università, ma poiper ovvi motivi è dovuto scappare e col tempo ha deciso di arruolarsi nelle milizie dell’esercito libero. Sta aspettando che un amico lo raggiunga da Gaziantep per andare poi insieme ad Istanbul, iscriversi all’università e continuare gli studi. Se l’amico non si dovesse fare vivo Yaser prenderebbe la via verso Homs per appostarsi dietro una barricata, prendere la mira e combattere. Due mondi infinitamente lontani, divisi dalla metafora della strada.

La normalità da un parte, la guerra dall’altra. Yaser afferma che a sud, nei territori limitrofi ad Homs cadono circa cinquanta bombe al giorno. Ci fa ascoltare una canzone alla radio, si intitola “lacrime” e conserva giustamente note struggenti per tutta la durata del canto. I due fratelli minoridi Yaser vivono a Berlino, mentre lui finora non ha mai ucciso nessuno, ma una volta ha colpito un cecchino e non si è mai chiesto se fosse sopravvissuto o meno.

Le vie sono piene di bambini che cercano cibo omateriali metallici da rivendere. Una delle tante conseguenze inascoltate delle guerre. Eserciti invisibili di bambini persi nelle città o metropoli di paesi confinanti, costretti a vendere biscotti, fazzoletti o mazzi di fiori per la gioia forse banale di qualche coppia d’innamorati, ma anche e soprattutto per arrivare a fine giornata con almeno un panino nello stomaco. Un altro giorno scivola via. Le certezze si dissolvonolasciando spazio e tempo per pensare, un’unità di pensiero tipica della cultura araba. Incha’ allah.

Accettare il volere divino, il gioco è nelle mani di Dio. Calma. Imparare lentamente l’arte della pazienza. Innumerevoli tende si arrampicano sul fianco di una collina che plana gradualmente verso ovest. Polvere, filo spinato, miseria. Una tendopoli brulicante di persone. Il mondo attorno a te si capovolge, cambiano gli elementi e l’occhio cerca di abituarsi al nuovo contesto. È come entrare in un’altra atmosfera, quelle visioni d’impatto che ti restano dentro malgrado il tempo che passa. Il caldo.

Un bambino mi offre una pannocchia cruda. Si contano circa ventiseimila sfollati all’interno di questo campo di cui seimila sono bambini, molti sotto i due anni. Persone chiuse in un limbo di rancore e incertezze. Alle spalle la guerra, davanti nulla di certo, se non l’esigenza di crearsi una nuova vita. Nelle tasche pochi soldi ma nessun documento e al di fuori di tutto ciò cosa rimane? Un mondo a se stante che continua la sua marcia ignaro che da qualche parte, vicino o lontano, esseri umani come tutti quanti soffrano a causa di una guerra che i più dimenticheranno dopo mezza giornata, persi tra una visita dal dottore ed un pranzo in famiglia.

Veniamo accompagnati in un prefabbricato da uomini armati. C’è anche un ragazzino tra loro, avrà forse tredici anni. Si infila una pistola nella cintura dei jeans e giunto sul posto si inchina come tutti gli altri e comincia a ripetere i versetti del corano. Pregano. Qui le abitazioni, le odierne case degli sfollati, tremiladuecento in tutto, a volte non sono adatte per riscaldare dal freddo ne riparare dal caldo. Dicono che all’interno si possano raggiungere anche i cinquanta gradi centigradi e spesso le tende si sovraffollano di persone rendendo impossibile una “normale” convivenza.

Cresce il disagio e lo sconforto quando, scostando la stoffa dell’entrata, vedi tende fino all’orizzonte … pochi passi più in là  i tuoi vicini, famiglie, vite intere separate da pochi metri di distanza e dalla rabbia che può nascere in certe situazioni. Condizioni disumane.

Nel magazzino del campo vediamo qualche sacco di farina, qualche confezione di pasta, scatole di pomodori, nient’altro. Le ultime scorte rimaste, disponibili per altri pochi giorni soltanto. Il personale del campo cuoce del riso in enormi pentoloni d’acciaio mentre all’esterno, sotto il sole, decine di bambini sono in fila con un secchiello di plastica, in attesa del loro pasto giornaliero. Solo il venti per cento di ventiseimila persone, ci diranno poi, ha assicurato un pasto quotidiano.

Bambini in fila per la razione di cibo. Solo il 20% ha assicurato un pasto giornaliero.

Bambini in fila per la razione di cibo. Solo il 20% ha assicurato un pasto giornaliero.

Il campo di Atma è suddiviso in quattro parti e ruotando i vari settori permettono a tutti gli abitanti di sfamarsi. Le fognature sono semplici canali di scolo, delle semplici buche scavate nella terra in cui puoi vedere, oltre agli escrementi di uomini e animali, anche ogni genere di spazzatura. L’acqua scarseggia ed è distribuita tramite autobotti o piccole cisterne poste in punti strategici dell’area. È disponibile per due ore soltanto e non è garantita la potabilità. L’energia elettrica viene erogata tramite semplici generatori ma è utilizzata per illuminare solo i siti più importanti: il piccolo ospedale da campo, il magazzino, qualche sporadica tenda e l’infermeria, costituita quest’ultima da un brandina, due sedie ed un telone di plastica rigida per coprire il paziente dagli sguardi altrui. Di fronte alla brandina immagino donne partorire neonati, stretti fin da piccolissimi tra filo spinato, armi e burocrazia.

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Bambina in fuga dalla città di Erbil.

“È possibile morire di noia sai?” “Come morire di noia?” Morire per l’esplosione di una bomba, per uno sparo, annegamento, malattia e tanto altro ancora, ma di noia … beh, sembra surreale, incredibilmente pauroso.

Ma quando la quotidianità di un bambino si riassume nell’atto di svegliarsi, cercare il poco cibo disponibile, fare i bisogni dietro la tenda al riparto da sguardi indiscreti, bramare giocattoli e libri che non ci sono, vedere continuamente armi, filo spinato domandandosi cosa sta accadendo, in quel momento si, forse si può morire di noia. Una monotonia angosciante. La restrizione dei campi sfollati-profughi che chiudono lentamente gli orizzonti fisici e mentali. Il temperamento anche del più vivace dei bambini è soggetto a ricaduta in ambienti simili. Bambini che ora mi raccontano delle bombe sganciate sui loro villaggi, mostrandomi anche dei bossoli di lanciagranate sparsi tra le tende, sotto la patina sassosa che caratterizza il paesaggio. Bossoli nelle mano di bambini. Armi visti come giocattoli da lanciare, ruotare,sbattere, prestare.

Questi bossoli a volte mantengono una carica esplosiva all’interno che, se scossa troppo violentemente è in grado di scoppiare e uccidere o mutilare colui che la tiene in mano. Mi ricordano i“pappagalli verdi”, le mine antiuomo descritte dal chirurgo Gino Strada. Mine progettate e costruite per amputare bambini. Ecco come si muore. Anche di noia, è vero.

È ora di chiudere gli occhi su questo stanco mondo sempre più a pezzi. Alcuni ragazzini scuotono il filo spinato con le mani e le guardie, imprecando, gli corrono dietro facendoli scappare lontano. Chiedo di scattare una fotografia ad un soldato volontario armato. Lui, il fucile ed un ragazzino di fianco. Il muro alle spalle. Quando metto a fuoco vedo riassumersi questo vortice di violenza, odio e incertezze nell’immagine che ho di fronte.

La guardia, adulta, che scruta qualcosa di indefinito dietro alle mie spalle, lo sguardo perso nell’infinito. Il ragazzino, quasi bambino, che guarda perplesso l’obiettivo, forse con la curiosità che contraddistingue gli animi puerili. Sono divisi da un fucile e mi sembra una sfera temporale immutabile, lui prima, lui dopo. Vedo tutto ciò e scatto.

La pianura che percorriamo è costellata da vasti campi dalla terra rossa. Cala il buio, i canti del muezzin si accavallano tra loro. Due bambini dormono sul marciapiede ed in cima alla via un gruppetto di contadini sta aspettando di raggiungere i campi di cotone per mezzo di alcuni sidecar malandati dai fanali spenti o presumibilmente rotti. In una casa dal tetto basso e malandato c’è un bambina con una gamba completamente ingessata, seduta sulla porta polverosa. È qui da sei mesi, scappata da Erbil insieme ai due fratelli maggiori. Un volontario della mezzaluna rossa le allunga due pupi ed una trattola nella mano destra.

Una bambina corre tra le tende del campo. Sullo sfondo si notano le prime recinzioni/barriere fatte di mattoni.

Una bambina corre tra le tende del campo. Sullo sfondo si notano le prime recinzioni/barriere fatte di mattoni.

Chiedo che le è successo: “Stava giocando nel cortile di casa sua, è caduto un colpo di mortaio e le schegge l’hanno ferita in cinque punti diversi della gamba. Purtroppo non abbiamo notizie dei suoi genitori biologici”. Nei conflitti attuali nove vittime su dieci sono sempre civili ed in questo momento le sto guardando dritto negli occhi. Un sole rossissimo si alza lentamente, espandendo la sua luce su tutto il mondo. Tra poche ore saremo a casa.

Matthias Canapini

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