Ciao a tutti, grandi e piccoli! Prima di tutto vorrei ringraziarvi per seguire il mio lavoro e leggere le storie che tenterò di raccontarvi d’ora in avanti. Una volta al mese ripercorrerò i principali reportage e viaggi affrontati in questi ultimi anni, con l’intento primario di sensibilizzare nuove persone verso realtà dimenticate e scoprire insieme la bellezza e l’umanità di questo mondo.

Appunti veloci, semplici, senza discorsi elaborati ne teorie politiche. Semplicemente brevi storie e testi estrapolati dai miei taccuini. Ogni volta che torno dai miei viaggi mi piace sempre sottolineare che se non ci fossero ancora tante persone sensibili alle cronache di questo mondo, riportare a casa certe testimonianze ed esperienze sarebbe quasi inutile. Quindi ancora grazie per esserci !

Oggi inauguriamo la “fotorubrika di Ornitorinko, Maktub” parlando di Bosnia, un paese da me toccato più volte per raccontare l’impatto che circa 4 anni di guerra hanno lasciato alle vecchie e nuove generazioni. Una guerra tremenda scoppiata alle porte di casa, nel 1992, lo stesso anno in cui sono nato. Un motivo in più per scoprire, allacciarsi al passato. Un’andata e ritorno in luoghi gonfi di dolore e rabbia, ma anche di speranza  e allegria contagiosa. I vicoli di Sarajevo, le ciminiere di Tuzla, le interminabili bevute di Rakija o le scorpacciate di Cevapi. Ripercorrere le tracce.

01

Mario, 10 anni. Bambino rom incontrato sotto il ponte di Mostar.

Sento la canna fredda di una pistola appoggiata sulla nuca. Un bambino, 10 anni circa, me la punta addosso ridendo e sussurrando: “give me your money”. Poi abbassa l’arma tra le mie gambe e continua divertito: “no sex”, con un ghigno beffardo e l’aria da fuggiasco. Si chiama Mario e ci troviamo sotto il ponte di Mostar, a bagno nelle fredde acque della Neretva. Mi offre una sigaretta e si scusa per il gesto perpetrato nei miei confronti poco prima! Un piccolo scherzo per dare il benvenuto ad uno straniero. Ci ridiamo su, anche perché la pistola ha più le sembianze di un vecchio rottame che di un’efficiente arma per spillare soldi ai passanti. Con un balzo ci raggiunge anche suo fratello, un ragazzo muscoloso con profonde cicatrici corrergli lungo gli avambracci e le scapole. Chissà che è accaduto? Ad occhio e croce ha quasi la mia stessa età. Parliamo per un po’ in una lingua sconosciuta, un misto tra italiano, inglese e spagnolo farcito con mosse e versi pragmatici. Ci salutiamo nella luce del tramonto. Le botteghe cosi come i piccoli negozietti degli artigiani locali sono ancora in pieno fermento. Chi batte martello e viti su sculture in metallo o chi dipinge sassi ovali con pastelli e tempere. Ripercorro i ciottoli lucidi del famoso Stari Most, il ponte a schiena d’asino abbattuto nel novembre del 1993 dall’esercito croato, luogo di passaggio ma anche di unione tra due civiltà, culture, religioni. Almeno teoricamente. Un vecchio rom, seduto su un muretto inpietra, suona la sua fisarmonica rattoppata espandendo nell’aria notte struggenti cariche di malinconia. Bosnia. 

02

Un vicolo di Sarajevo durante il grande inverno di circa quattro anni fa.


A Sarajevo rivedo il vecchio Miso, l’unico lustrascarpe di strada della città. Alle sue spalle la vetrata lucente del Mc Donald, duo inestricabile che da sempre attira l’attenzione del passante. Le mie gambe vanno da sole, conoscono la strada. L’alloggio è sempre lo stesso: l’ostello Liubijica posto a Basckarjia, il quartiere ottomano della capitale. Il più economico, il più tradizionale, con quelle assi in legno marcio e la puzza di birra sui muri scrostati. Rovescio il mio mondo nel dormitorio della struttura: magliette, taccuini, sacco a pelo. I calzini puzzolenti sono stesi in un baleno attorno al letto, come a proteggere il territorio, difendere lo spazio, il tuo rifugio momentaneo. Un sole pallido si affaccia dalle colline attorno alla città. Colline verdi, ondulate, complici e terribili se ti accerchiano senza offrirti via di fuga. La luce si insinua lentamente tra i pinnacoli e le lapidi bianche. Il canto del muezzin corre, si propaga nel chiarore del mattino. Un’altra dimensione. Cambiamento.

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I fori di una mitragliata risalente al periodo del conflitto. Facciata di una abitazione nella città di Konijc.


C’è una vecchia casa a cento metri dal campo minato. È abitata da una coppia di anziani ed ogni giorno, questi testardi vecchietti scorgono il segnale “pazi mine” piantato davanti al cancello della loro abitazione. Milenko racconta che nonostante il grosso pericolo sono anni che la coppia fa pascolare il loro gregge di pecore proprio su queste terre cariche di esplosivo letale. D’inverno raccolgono anche funghi e arbusti per riscaldarsi dal freddo incessante ed è incredibile che in circa 20 anni dalla fine del conflitto non siano ancora incappati in qualche ordigno. La tenacia non manca di certo. Cevljanovici è il nome di questo angolo di mondo. Prima di infilarci nel bosco dove un team di sminatori locali lavora, mi chiedono di firmare una liberatoria che, in caso di “esplosione” , attesta la mia completa adesione al progetto, senza recare danni penali ai presenti. Accetto, mi infilo il casco e la tuta d’amianto blu ed entriamo. Gli sminatori che incontro sono tutti padri di famiglia, la maggior parte ex  militari che durante il conflitto hanno seminato mine per stoppare l’avanzata del nemico, ed ora, a distanza di due decenni si ritrovano qui, a guardare la morte negli occhi, pochi cm dal loro naso. Le conseguenze collaterali di un conflitto. Per portare a casa la pagnotta questi uomini svolgono un drammatico lavoro che frutta comunque una misera paga. Superiamo un ponticello in legno, costruito dal team per evacuare i feriti in caso di incidente o soccorrere eventuali vittime. Scopro ben presto la motivazione per cui numerose persone si trovano a lavorare qui. “Quando hai una famiglia e non c’è altro lavoro, lo fai anche se è rischioso. Devi pagare la benzina, mandare a scuola i tuoi figli, mangiare. In un paese come il nostro ti attacchi a qualsiasi cosa pur di sopravvivere. Vieni che ti
mostro un paio di trucchi”. Ci allontaniamo di pochi metri verso un’area transennata colma di segnali di prevenzione. Si contano ancora 200.000 mine antiuomo e anticarro in Bosnia. Mine che tuttora uccidono o mutilano alunni, bambini, operai o taglialegna. I passi sono incerti. Ho sempre pensato che una guerra non si conclude quando finti accordi di pace placano il sangue o quando le bocche dei carri armati tacciono. Il conflitto prosegue negli occhi dei sopravvissuti. Prosegue nei traumi di chi ha sofferto, pianto, urlato. Prosegue nelle menti dei profughi o sfollati che non torneranno mai più nella propria terra, nella propria casa. Una guerra continua a uccidere anche se non ci sono più eserciti in campo, anche se i muri  non recano più gli sfregi della battaglia, anche se il rumore delle bombe si è quietato da anni.

04

Bambino scivola su uno skateboard nei pressi del quartiere ottomano di Sarajevo.


La prima volta che ho viaggiato in Bosnia era inverno. Un inverno lungo, freddo, instancabile. Metri e metri di soffice neve avevano ricoperto tutti i Balcani, lasciando l’area muta e immobile. Quella volta ero giunto dal mare, attraversando  città completamente bianche.  Ricordo che io e i miei compagni di viaggi, quasi tutti massicci bosniaci di mezza età, siamo rimasti intrappolati in una valanga per diverse ore, in un valico montuoso vicino la città industriale di Zenica. Mangiando panini al tacchino e sorseggiando the, abbiamo spalato neve fino a liberare le ruote del pullman e ripartire. Tutti stretti,  vicini, come per scaldarci dall’alito freddo che infuriava all’esterno.  Ricordo anche che il pullman aveva lo stesso odore della pasta al ragù che  mangiavo da bambino all’asilo. Il perché però, ancora mi sfugge. Sarajevo. Un volto, una storia. La signora che in un giorno di pioggia, vedendomi rannicchiato in un angolo della stazione mi ha regalato una Pita per pranzo. Kanita, una prof.ssa, madre e sopravvissuta all’assedio della sua città durato quattro lunghi anni. Mi ha invitato a casa, preparato il pranzo e raccontato tutto l’orrore che potevano racchiudere i suoi ricordi. L’operaio gentile che si è seduto di fianco a me mentre stava spalando neve in un vicolo della città, stringendomi la mano e regalandomi una salsiccia. Oppure Stanko! Stanko che lo ascolterei per ore! Quattro anni passati al fronte, ferito gravemente alla schiena con schegge di mortaio ma che tuttora ride, spensierato, bevendo incessantemente birra, raccontando che la cosa più bella durante il periodo trascorso al fronte era ricevere scatole di spaghetti dopo mesi e mesi passati a mangiare fagioli e riso. Gli amici dell’associazione “Tuzlanksa Amica”, Irfanka, Mohammed, Samed! Poi i viaggi venuti dopo e quelli che verranno. Giù a piedi fino ai confini dei Balcani attraversando le pianure di Niksic o circumnavigando il lago di Ohrid, trascorrendo giornate con giovani studenti o vecchiette bevitrici accanite di Rakija. I gesti e le pose strambe quando  le parole non bastavano per capirsi. Il Cevapi mangiato alle sei del mattino per festeggiare la riuscita di uno dei mie più grandi sogni: attraversare la frontiera di un paese a piedi. Ed infine il cielo. Il cielo più bello che ho visto in vita mia. Perso nell’erba umida e fredda, sperduto in un altopiano tra Bosnia e Montenegro, una coperta a tenermi compagnia. La via lattea, migliaia e migliaia di stelle, galassie, occhi, sguardi, umori, sensazioni, tutto era racchiuso li, sotto quel cielo. Ricordo. Questo è tutto e non è niente. È un viaggio. Quando ti aspetti qualcosa, non aspettarti nulla.

Continuiamo a raccontare.
Matthias Canapini.

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