Luca CassettaMi chiamo Luca Cassetta e qualche tempo fa ho raccontato la mia esperienza newyorkese a Ornitorinko, in un post diventato virale.

Provengo da un piccolo paesino dell’interland Milanese chiamato Solaro. Meno di ventimila anime quando ci vivevo, una più una meno.

Non sono mai stato circondato da scienziati durante la mia infanzia; padre panettiere, madre impiegata che poi ha deciso di dedicarsi all’attività di madre a tempo pieno. Però già da piccolo inconsciamente avevo quella che poi da grande si è rivelata essere una forte predisposizione verso la sperimentazione.

Quante volte nel giardino di mia nonna ho creato intrugli strani con la terra e l’erba, per non parlare di quella volta che ho quasi sciolto il lavandino del bagno mischiando troppi prodotti per la pulizia della casa insieme… ops.
L’amore per la scienza poi si è consolidato durante le superiori; ho avuto, come spesso è accaduto a molti di noi, una professoressa di scienze e biologia molto brava, che riuscii a trasmettermi quella scintilla che oggi con questo articolo vorrei trasmettere a voi.

E da li iniziò tutto, corso di laurea in biotecnologie, dottorato e poi via all’estero (oggi vivo in Scozia) per continuare la carriera dello scienziato.

A distanza di anni da quando ho iniziato a fare ricerca posso affermare che il lavoro del ricercatore non è come me lo immaginavo quando studiavo all’Università.

Si sta rivelando per me come il lavoro più complicato ma allo stesso tempo più bello del mondo.

Spesso quando cerco di spiegarlo a chi non fa ricerca faccio questi esempi:

Immaginate di fare sette lavori in uno.

Per fare ricerca si richiede un livello di istruzione molto specifico, la capacità creativa per pensare a progetti innovativi, l’abilità di comunicare il proprio lavoro a un pubblico di esperti,  una certa abilità nel gestire il personale, un pizzico di esperienza in economia e gestione delle finanze, l’abilità di scrivere e redigere un testo per un giornale scientifico e infine la capacità di insegnare agli altri il tuo lavoro.

E pensare che quando ho iniziato l’università pensavo solo di dover fare esperimenti tutto il giorno.

Inoltre per avere un esempio di una nostra giornata tipo immaginate di andare al lavoro, di sedervi alla scrivania e lavorare tutto il giorno ad una pratica molto importante che dovete consegnare il giorno seguente.

Ecco ora immaginate che alle sei, poco prima di uscire, l’unica copia salvata di quella pratica si perda nei meandri del computer rendendola inutilizzabile.

Non è colpa vostra, semplicemente è capitato e non potete fare nulla per recuperarla.
Come vi sentite?

Nel nostro lavoro questo accade nel 90-95% dei casi; di fatto non ci divertiamo a perdere le pratiche, ma semplicemente gli esperimenti che facciamo la maggior parte delle volte non funzionano e le nostre giornate di lavoro a volte risultano vane quanto l’aver lavorato ad una pratica persa.

Non funzionano a volte perché abbiamo fatto degli errori, ma la maggior parte delle volte non funzionano perché l’ipotesi formulata si è rivelata errata dopo aver fatto l’esperimento.

Applichiamo il metodo scientifico, ovvero formuliamo un’ ipotesi, effettuiamo l’esperimento, verifichiamo se tale ipotesi si confermi oppure no.
Se si conferma ripetiamo l’esperimento più volte per verificare che il risultato ottenuto non sia dovuto a un colpo di fortuna o al puro caso.
Se non si conferma allora formuliamo un’altra ipotesi e ricominciamo da capo.

La frustrazione è tanta a volte, ci vuole molta stabilità psicologica per affrontare multipli fallimenti.

Però immaginate anche questo: un venerdì sera prima di andare a casa state per vedere finalmente i risultati di un esperimento che state facendo da qualche mese.

La vostra ipotesi è che le cellule tumorali che state usando nell’esperimento vengano uccise dopo esposizione alla sostanza di cui state studiando il meccanismo.

Avete già visto questo risultato nei vostri esperimenti precedenti e lo state ripetendo per verificare che sia un risultato reale e non dovuto al caso.
Vi avvicinate al microscopio, dentro di voi ci sperate molto ma sapete che le probabilità che un esperimento funzioni sono basse.
Guardate le cellule e notate che il trattamento funziona, siete in grado di uccidere le cellule tumorali con la vostra sostanza.
State probabilmente osservando un fenomeno che nessuno al Mondo ha mai visto, lo avete ripetuto molte volte e questo vi da’ la speranza che sia un risultato attendibile.

La vostra ipotesi è corretta.

Nonostante sappiate che questo singolo esperimento non cambierà il mondo e che ci sia la necessità che lo stesso venga riprodotto da laboratori indipendenti, la conferma della vostra ipotesi e la buona riuscita dell’esperimento vi fa sentire al settimo cielo.

Ecco, questo particolare istante vi ripaga di tutte le frustrazioni, le difficoltà, i weekend passati in laboratorio e le ore piccole durante la settimana.

Siamo pazzi dite?
Beh, forse si.
Ma io sono felice di questa mia particolare forma di pazzia.

In questi anni all’estero ho anche capito che il lavoro del ricercatore in Italia è davvero poco compreso e molte volte questo porta qualche problema di comunicazione con la Società.

Spesso quando non si conosce qualcosa lo si demonizza, dandogli un connotato negativo e identificandolo come sbagliato.

Stiamo assistendo ad un costante allontanamento della società dal mondo della ricerca e ad una maggiore diffidenza verso la figura del ricercatore in generale.

Ed è per questo che bisogna invertire al più presto questa tendenza e ricominciare a dialogare e a confrontarsi.

Da un lato la comunità dei ricercatori deve fare un enorme sforzo per scrollarsi di dosso lo stereotipo dello scienziato “che se la tira” e che si mette sul piedistallo del sapere; anche se devo ammettere che alcuni colleghi ricercatori purtroppo contribuiscono molto ad alimentare questi stereotipi con la propria arroganza.

Ma, ad onor del vero, la maggior parte dei ricercatori che conosco condivide questo mio pensiero e sta facendo di tutto per poter dialogare con la Società.

Dall’altro lato la Società italiana deve fare lo sforzo di abbandonare la diffidenza e cercare di tendere la mano ai ricercatori, per poter comprendere appieno il loro lavoro e i loro sforzi per cercare di migliorare la qualità della vita di tutti.

Ed è qui che sta cercando di arrivare AIRIcerca , l’Associazione di Ricercatori italiani nel Mondo che io e Lorenzo Agoni abbiamo fondato ormai 2 anni fa e che nel Gennaio 2015 si è costituita come vera e propria Associazione di Promozione Sociale.

AIRIcerca non è una Associazione composta da soli ricercatori ma da chiunque abbia voglia di dare una mano agli scienziati di poter comunicare alla Società la propria passione.

Attraverso Facebook, Twitter, Linkedin e il web cerchiamo ogni giorno di produrre materiale divulgativo rivolto a un pubblico non esperto nel settore, con la speranza di riuscire a trasmettere agli altri la passione per la scienza che ci fa andare in laboratorio a mezzanotte a fare un esperimento.

Non vogliamo educare ma informare, condividere ed incontrare.

Queste le nostre missioni.

Questa la nostra passione.

Siete disposti ad aiutarci?

Luca Cassetta (Presidente di AIRIcerca)

Un saluto che continua a fare ricerca

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