Paolo BianciardiMi chiamo Paolo Bianciardi, ho 52 anni, sono di Milano ma vivo a Newry (Irlanda del Nord).

A chi come me ha dovuto andarsene.

Non ne ho il tempo ma ne ho certamente il desiderio, forse addirittura il bisogno di raccontare una storia. La mia, anzi la Nostra storia.

Sono lontano dall’Italia. Non poi così tanto in senso geografico visto che sono solo in Irlanda (del Nord, ma sempre sull’Isola verde). Ma lo sono dal punto di vista mentale, sempre di più ogni giorno che passa.

Non sono più così giovane da essere salpato per un viaggio formativo, non sono mai stato sufficientenemente religioso da partire per un viaggio mistico e non ho mai avuto abbastanza soldi per un lungo viaggio di piacere. Sono fuggito principalmente per motivi economici. Ammettiamolo, sono “emigrato”. Credetemi faccio fatica a dirlo anche solo a me stesso.

In Italia ho perso un lavoro ben pagato per non aver saputo piegare la testa davanti ad un capo psicotico e rabbioso che mi ricattava per ottenere da me prestazioni che non ero disposto a fornire. Per amor proprio e senso etico, ho dovuto andarmene.
Rimasto disoccupato per oltre un anno, non ho trovato altre possibilità, in Italia, per sopravvivere e mantenere quelli che dipendevano da me.

Finiti i risparmi accumulati in anni di lavoro, non mi restava che andare a chiedre prestiti agli usurai (le Banche no, quelle i soldi non te li danno di certo) o finire in strada come molti altri a vivere della carità altrui. Sono dovuto fuggire. Non ho avuto alternative. Un cervello in fuga. Uno dei tanti cervelli in fuga.

Non un grande cervello per carità. Non un Genio. Ma un laureato specializzato si. Con tanti anni di esperienza, per di più.
Non sono uno di quei giovani ricercatori che scappano a causa di concorsi truccati, baroni inamovibili e salari da fame.
Sebbene anch’io abbia vissuto concorsi pubblici truccati, baroni incapaci e inamovibili e proposte di salari ridicole – CHE SONO LA NORMA NEL NOSTRO PAESE. Ma allora ero, si giovane, e nessuno aspettva il mio salario a casa.

Con un po’ di lungimiranza, tanta caprbietà e tantissima fortuna sono riuscito ad entrare in aziende private con stipendi adeguati e con – parecchi anni fa – soldi da investire in Italia, in ricerca e formazione.

Poi quei tempi sono finiti, così come i soldi che portavano con loro. Nuovi obiettivi sono stati posti alle aziende, limitati solo alla vendita di prodotti sviluppati altrove. E così siamo diventati solo un paese a cui vendere prodotti esteri, fin che avrà i soldi per comprarli. Mi è stata quindi imposta una scelta, smetterla di occuparmi di ricerca e innovazione e vendere anche mentendo, o perdere il lavoro.

Non ho avuto scelta. Anzi ce l’ho avuta e ho preferito dimettermi.

Dopo quasi due anni ho trovato un buon lavoro qui in Irlanda, interessante e ben pagato.

Sono quindi un attempato ricercatore costretto come i giovani a fuggire là dove la ricerca si fa ancora, in Europa o in tutti gli altri continenti, tranne che in Italia.

La fuga dei cervelli, porta purtroppo con se la fuga di cuori ad altri organi interni così come quella dei familiari del cervello in fuga.
Così con la mia compagna ed il nostro bambino in affido siamo scappati via.

Lei Laureata come me guadagnava in un anno meno di quanto dovesse pagare di tasse.
So che sembrerà impossibile, ma per strani e per me incomprensibili meccanismi burocratici, era proprio così. E senza neanche lavorare in nero come metà degli Italiani. No, no, tutto regolare.

Appena ottenuto il posto (il mio) abbiamo lottato con il tribunale dei minori e abbiamo ottenuto il permesso (non scontato credetemi) di tenere con noi il nostro bambino evitandogli un rientro in una di quelle comunita’ che per quanto migliorate negli anni rispetto ai “befotrofi” fanno ancora venire le lacrime agli occhi.

Siamo emigrati dunque. Un’emigrazione moderna per carità,  nella quale ci troviamo accomunati e nella quale abbiamo incontrato, giovani brillanti e vecchi (quanto me) disadattati.

Già è questa la parola che mi si addice : “disadattato”. Una parola alla quale ho sempre dato un’accezione negativa ma che come dice il dizionario: Disadattamento [di-sa-dat-ta-mén-to] s.m.psicol. Difficoltà ad accettare le condizioni di vita proprie di una data società, di un dato ambiente, che conduce a un rapporto conflittuale con essimi si addice proprio. Direi che riassume tutta la mia vita in Italia.

Non sono mai riuscito ad interessarmi al calcio, non sono mai stato religioso e sono sempre stato allergico ad ogni imbroglio o sotterfugio. Sono spesso stato additato come un rompicoglioni per la mia mania a fare le cose per bene, di evitare le scorciatoie, seguire le leggi. Guardato come un alieno mi sono spesso sentito dire “ma lo fanno tutti, fallo anche tu”.

No, a modo mio ho sempre cercato di essere diverso. Rivoluzionario. In un paese nel quale l’unico modo per essere rivoluzionario è quello di rispettare le leggi e seguire le regole, tutte, fin anche quelle “di condominio”.

Ma non ho potuto resistere allo scontro finale, non potevo. Troppo deboli le mie forze contro un intero paese che ha fatto della corruzione e dell’imbroglio il proprio stile di vita.

Eccoci qui dunque tutti e tre a guardare dai nostri bow-windows la verde e uggiosa Irlanda.

Qui tutto e’ diverso, anzi tutto e’ meglio (tranne la cucina ovviamente).
Qui la Polizia all’arrivo in aeroporto ti sorride e ti dà il benvenuto
Qui i servizi pubblici abbondano e funzionano perfettamente
Qui non ci sono mai i lavori sulle autostrade (e neanche sulle strade statali) eppure queste sono sempre perfettamente asfaltate.
Qui il primo impiegato pubblico che ho incontrato per fare l’insurance number mi ha accolto con un “Buongiorno Paolo io mi chiamo Sean e sono qui per aiutarla ad ottenre il suo Insurance number”
Qui l’idraulico dice che viene domani e… viene.
Qui non devi chiedere lo scontrino, te lo danno loro.
Qui tutte le tue tasse, se sei dipendente te le paga il datore di lavoro e tu non ci devi neanche pensare. Se sei libero professionista le paghi online in un solo giorno compilando un semplice questionario.
Qui quando ho dovuto far riparare l’auto, il proprietario dell’autosalone-officina mi ha riaccompagnato a casa con la sua auto.
Qui il prezzo del carburante scende quando scende il prezzo del petrolio.
Qui la gente ti sorride e cerca sempre di farsi capire.
Qui la burocrazia e’ limitata al minimo e l’amministrazione pubblica fa del suo meglio per esserti d’aiuto.
Qui la targa dell’auto la compri dal ferramenta.
Qui l’elettricita’ per la casa la compri dal benzinaio e ne metti quanta te ne serve.
Qui i bagni degli autogrill sono puliti e hanno sempre la carta igienica.
Qui puoi fare tutto per e-mail o per posta sapendo che ti arriva SEMPRE una risposta entro 2-3 giorni.
Qui al lavoro pensano che io sia davvero in gamba perche’ diverso, con esperienze all’estero e lingue straniere. Mi ascoltano quando parlo, ci pensano e insieme troviamo le soluzioni migliori per quanto possibile.

Certo piove molto, il mare non è il mediterraneo, e il Prosciutto di Parma me lo sono dovuto portare su in valigia.
Ma per la MIA mentalità qui è il paradiso.

Così mi sembra di prendere, lentamente, sempre più congedo dalla mia citta’ e dal mio paese – che mi manca – ma che trovo, ogni volta che torno, piu’ incivile e difficile da capire e sopportare.

Ci sono qui altri italiani che hanno smesso  di desiderare l’Italia ed hanno persino smesso di tornarci, anche solo per vacanza.

Non so, non credo che sarà così anche per me. Anche perchè oltre ai ricordi ho lasciato una figlia maggiorenne che deve iniziare l’ università.

Da qui guardiamo il nostro paese con apprensione e tristezza, scalare le calssifiche dei disoccupati di tutte le età e continuare a salire un gradino alla volta la triste hit parade delle “bocce perse” .

Un saluto in fuga,

Paolo

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