Sara e MatteoCi chiamiamo Sara Grimaldi e Matteo Pellegrinuzzi e da più di sei anni abbiamo lasciato l’Italia per vivere a Parigi.

Era il 2008, l’inizio della crisi economica e il giorno in cui Sara è entrata in una redazione dove lavoravamo, trovando tavoli accatastati e scoprendo che la metà dei collaboratori non c’erano più, abbiamo capito che i prossimi saremmo stati noi.

Matteo è fotografo e direttore della fotografia, per anni ha fatto il fotogiornalista per giornali che hanno abbassato sempre di più i loro budget, fino ad arrivare a pagamenti pressoché ridicoli.

Sara è regista, laurea in cinema e corso di regia alla scuola del cinema, che in italia però non servono a niente. Se sei una donna e vuoi fare la regista tanti auguri se ci riesci.

Abbiamo capito che se volevamo fare il nostro lavoro e non ridurci a fare i tirapiedi di qualcuno o peggio ancora a cambiare mestiere, la sola soluzione era cambiare paese.

Nel 2008 (forse per il poco coraggio che all’epoca avevamo e oggi finalmente abbiamo trovato) non siamo riusciti a guardare molto lontano e ci siamo dati due opzioni: Londra o Parigi.

Alla fine la nostra scelta è caduta sulla seconda opzione. Parigi la conoscevamo molto meglio, Matteo ha una laurea in francese e poi a Parigi all’epoca veniva girato il maggior numero di film in Europa.

Dopo essere venuti un paio di volte a Parigi in cerca di una sistemazione provvisoria, a fine ottobre del 2008 abbiamo fatto le valigie e siamo partiti senza conoscere nessuno nella ville lumière.

A pensarci oggi, ci sembra una follia!

Il primo anno non è stato per niente facile.

Parigi è una città difficile, la gente è diffidente e mette tempo a dare fiducia alle persone. Inoltre pur parlando entrambi francese, abbiamo scoperto che in realtà parlavamo la lingua di Stendhal che non ha niente a che fare col francese contemporaneo. Così per molto tempo abbiamo anche dovuto affrontare dei grossi problemi di comunicazione.

Giusto per farvi un esempio, la prima volta che a Sara hanno chiesto se “elle bossait beaucoup en ce moment?” ha guardato senza saper cosa rispondere al suo interlocutore. Non sapendo cosa dire, tra un oui e un non, ha scelto a caso la seconda opzione. Oggi per fortuna sappiamo che bosser in argot vuol dire lavorare, così come che “ché pas” vuol dire “je ne sais pas”.

Iniziare a lavorare in Francia, non è così semplice come si potrebbe pensare, soprattutto se non si hanno amici o conoscenti.

Da subito però abbiamo notato una differenza rispetto all’Italia, la trasparenza. Se rispondevamo ad un annuncio, ricevevamo quasi sempre una risposta e quando abbiamo iniziato a lavorare i pagamenti non sono mai arrivati con più di 10 giorni di ritardo. Una cosa incredibile per chi come noi era abituato a fatturare e ad essere pagato… non si sa quando.

Abbiamo però anche imparato che perché un paese funzioni è importante rispettare le regole. Se l’Italia vi sembra un paese con molta burocrazia provate a fare un salto in Francia.

Se compilate una domanda non sarà accettata se non ci sono tutti i documenti e non potrete di certo dire “ah quel foglio, te lo porto la settimana prossima”, perché sarà rigettata. E dovrete rifare tutto da capo!

All’inizio questo comportamento ci è sembrato ottuso e a dire il vero i francesi non brillano per creatività. Se si prova a spiegargli che per fare una cosa possono esistere altri percorsi alternativi, ti guardano sbigottiti e spesso ti chiedono se è legale.

Hanno un timore, misto a rispetto, per le regole.

Però se questo sentimento fosse diffuso anche in Italia forse le cose funzionerebbero meglio.

In Francia, attenzione, non siamo diventati ricchi, ma ci siamo mantenuti facendo sempre il nostro lavoro. Sapendo la situazione dei nostri colleghi in Italia, per noi è quasi un miracolo.

Abbiamo potuto anche fare esperienze che senza raccomandazioni chissà quando e come avremmo fatto in Italia.

A 26 anni Sara ha fatto la coordinazione artistica per un documentario di Canal + e insieme abbiamo realizzato molti progetti anche finanziati dalla mairie (già qui gli enti pubblici finanziano anche i progetti presentati da stranieri che non hanno nessun aggancio in commissione cultura).

La nostra vita a Parigi ha permesso a Matteo di lavorare su progetti americani che in Italia nessuno avrebbe mai realizzato (Parigi è pur sempre Parigi!).

Attualmente sta realizzando un progetto fotografico, che spera riuscire a farsi finanziare da alcuni enti pubblici.
In quanti in Italia hanno lasciato perdere ancora prima di cominciare perché senza le amicizie giuste non si va da nessuna parte?

In ultimo, recentemente abbiamo realizzato uno spot sull’endometriosi (malattia di cui Sara è affetta e pochissimo conosciuta in Francia). Siamo andati da un’associazione che se ne occupa, abbiamo esposto la nostra idea e pochi mesi dopo l’abbiamo realizzata (video in basso).

Ad oggi è stata ripresa da molti media francesi, tra cui Le Monde e Elle, e per questo lavoro riceviamo settimanalmente messaggi da donne di tutto il mondo che ci ringraziano.

Però amaramente pensiamo che se avessimo avuto la stessa idea in Italia non ci avrebbe dato retta nessuno.

Questo è quello che abbiamo fatto finora e di cui andiamo fieri. Però dopo sei anni e mezzo nella ville lumière iniziamo ad essere stufi. Noi andiamo troppo veloce e questa città inizia ad essere troppo piccola e lenta per noi.

Stiamo iniziando a puntare ad altre mete. Tutti dicono che abbiamo uno stile anglosassone e stiamo iniziando a parlare con gli anglosassoni.

Certo questa volta non partiremo con le valigie senza conoscere nessuno. Si può farlo a 25 anni, ma non a più di 30. Iniziamo a prendere contatti, a fare esperienze da qui e se tutto va bene, magari tra un anno o due, ci troverete da qualche altra parte del mondo, insieme ai nostri progetti e alla nostra curiosità!

Un saluto meritocratico,

Sara & Matteo

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