vitale-salvo-c-paolo-bassani-49 maggio 1978 – 9 maggio 2015. Sono passati trentasette anni dalla morte di Peppino Impastato, martire assassinato dalla mafia. Il tempo passa, ma il ricordo di un personaggio così unico resta indelebile nelle menti di molti.

Erano gli anni delle radio libere: questa formula comunicativa, dava sfogo ai pensieri di chi aveva qualcosa da urlare al mondo. Anche Peppino Impastato lo faceva! Dalla sua Sicilia, gridava ad un microfono che “La mafia è una montagna di mmerda!”.

Questa storia, probabilmente la conoscete già, resa celebre dal film “I Cento Passi”. Ma chi era veramente Peppino Impastato?

Ornitorinko lo ha chiesto a chi lo ha conosciuto veramente: il suo caro amico Salvo Vitale, compagno di mille “onde pazze” e battaglie comuni. Ecco il nostro omaggio ad un grande esempio di “animale strano“:

Ciao Salvo. Ci racconti di come hai conosciuto Peppino Impastato?

La prima conoscenza risale ai tempi del Liceo, era il 1962: frequentavamo insieme il Liceo Classico di Partinico,  io ero all’ultimo anno, lui al primo. Io provenivo da Terrasini, anche se i miei parenti, lato materno, erano di Cinisi. Salivamo sul treno (littorina) alla stazione comune di Cinisi-Terrasini , per scendere a Partinico: di là percorrevamo un paio di chilometri per arrivare a scuola, e così per tornare. Peppino era assieme a un gruppo di ragazzi molto affiatato. La conoscenza vera cominciò nel 67, quando Peppino si iscrisse alla facoltà di Storia e Filosofia, che io frequentavo già da tempo e quando mi accostai al “Consorzio Espropriandi” di Punta Raisi, cioè ai contadini che lottavano contro l’esproprio per la terza pista. Allora ero corrispondente del giornale L’ora” di Palermo. Ero anch’io parte in causa, in quanto mio nonno possedeva una grande distesa di terreno con culture di qualsiasi tipo, ed io avevo passato la mia infanzia in quei luoghi.  Peppino cominciò a passarmi strani opuscoli con discorsi del presidente Cinese Mao Tse Toung e a farmi conoscere il fermento culturale e politico che esisteva a sinistra del PCI.

Come percepivi la figura di Peppino?

Un primo flash su chi fosse realmente Peppino l’ho avuto quando  andai a trovarlo a casa sua e, tra i suoi libri, in bella evidenza, c’era “Lo straniero” di Camus.  Questa percezione di Peppino come “straniero”  mi ha sempre accompagnato. Lo vedevo sempre in compagnia, in una disperata ricerca di amici con cui socializzare, ma mi rendevo subito conto che tra lui e i suoi “amici” (che poi erano  i mitici operai, edili, contadini, disoccupati), c’era troppa distanza. Peppino era avanti a tutti, qualche volta anche davanti a me, che pure avevo qualche anno in più e avevo maturato altre esperienze. La sua scelta di rottura con le regole della storia, con i parametri del buon vivere, della convivenza attraverso l’ipocrisia borghese, la sua radicale rottura con  il modello educativo familiare, fatto di imperativi e di norme comportamentali che si era obbligati a rispettare,  nascondevano profonde insoddisfazioni, non solo personali, ma anche politiche, nel senso che il malessere di coloro che subivano ingiustizie, diventava il suo malessere. Peppino non era capace di dire “me ne frego”, almeno che non si trattasse di scelte personali ed affettive. Non era omogeneo con le regole della società mafiosa dentro la quale si era trovato ad agire, Era un diverso. E naturalmente da ciò seguivano a catena ribellione, caratterizzazioni politiche dei modi con cui scontrarsi per distruggere il vecchio mondo e fondarne uno nuovo, interiori solitudini, rabbia nel vedere che il suo progetto politico  non era condiviso nella sua purezza, intransigenza della negazione di compromessi , voglia d’evasione, depressione, alienazione. Anche la sua sessualità, in gran parte inespressa era uno di quei tanti spazi interiori dell’animo di Peppino. In cui era facile perdersi senza un filo conduttore.

A chi venne l’idea di fare radio a Cinisi?

La radio nacque per il presentarsi di un insieme di situazioni che Peppino seppe cogliere a volo. Era il momento delle radio libere, e, insieme, delle “radio democratiche”. Gli indiani metropolitani  di Palermo avevano trovato un vecchio trasmettitore, si diceva, di radio radicale, e avevano montato su “Radio Apache”, ma, a seguito di dissidi interni, di scarsa voglia organizzativa e di diaspore verso l’altra radio democratica palermitana. Radio Sud,   avevano messo in vendita il loro rottame. Ciccio, detto “U sessuale”, un cugino di Peppino, che frequentava Danilo Sulis, un compagno legato a vari  ambienti musicali cittadini, portò a Cinisi la notizia della disponibilità dello strumento. Intorno a lui c’erano parecchi giovani che bazzicavano con chitarre, batterie e altri strumenti musicali.  Peppino disse solo:”Lo voglio”.  E andammo a prenderlo. Carlo mise a disposizione una casa, un po’ malandata, di sui padre,  a Terrasini, a “cento passi” da casa mia, Ciccio disponeva del mixer, si trovarono un paio di piatti , una buona piastra, si comprò a cambiali un’antenna, che riuscimmo faticosamente a piazzare sul terrazzo, due microfoni, una lunghezza d’onda, 98,800, comunicata da Peppino, responsabile, alla prefettura e, il 25 aprile 1977 iniziarono le prime prove di trasmissione.

Come inizia l’avventura “Radio Aut”?

Quando nel settembre 1977 venni trasferito a Partinico e tornai ad abitare nel mio paese, Terrasini, incontrai Peppino, che, preso dai miei problemi personali e familiari, non vedevo da parecchio tempo. Mi disse:”Credevo che avessi cambiato idea, scusami…abbiamo una radio, vieni a trasmettere quando vuoi…”. Era un momento in cui il movimento aveva preso una strana piega, non più militanza, ma stravaganze, indiani metropolitani, creativi, fricchettoni, personalisti, da cui mi sentivo molto distante, mentre temevo,  da parte di Peppino, aperto sempre alle novità movimentiste,  qualche  apertura. Mi resi conto che eravamo rimasti inguaribili sessantottini,  ideologicamente convinti del comunismo come penultimo passaggio verso l’anarchia, dell’”immagination au pouvoir”, del “ribellarsi è giusto”, della necessità di costruire l’organizzazione dell’agitazione e del dissenso attraverso la comunicazione e tutti i suoi possibili strumenti, e la radio era uno di questi. Quindi feci con lui un patto chiaro, la radio come strumento di irrisione del potere e sputtanamento di loschi interessi, primi fra tutti quelli mafiosi. Non occupavo spazi precisi nel palinsesto, ma ogni volta che andavo alla radio il microfono era mio. Mi divertiva moltissimo la messa in onda di “Onda pazza”, la trasmissione satiro-politico-schizofrenica in cui diventavamo tutti autentici creativi, dando fondo a tutte le mostre risorse e conoscenze, ambientali, politiche e musicali attraverso una satira spietata che aveva per oggetto i cosiddetti “intoccabili” e, per sfondo gli imbalsamati usi, costumi, feste, linguaggi, pregiudizi d’una borghesia da sempre padrona. Forse non mi  resi conto del livello di pericolosità dentro cui ci eravamo messi dentro, non valutai con opportuna analisi della realtà che il nostro sogno di libertà e di nuove strade sociali, la nostra mezza fiducia nelle regole della democrazia, dove a tutti è consentito di esprimersi,  si scontrava, senza sconti, con l’immutabilità storica di un atavico stato di cose, oltre che con il suo  strumento di difesa e d’offesa, la violenza. Né d’altra parte Peppino, che quel mondo conosceva più di me, ebbe mai a dirmi che stavo andando, che stavamo andando oltre: forse contava che i miei  cinque anni in più dei suoi, mi avessero dato più giudizio di quanto non ne avesse lui, più coscienza di qualche limite dove fermarci. Non gli avevo mai detto che per me il limite esiste per essere superato, ma credo che anche lui fosse sulla stessa lunghezza d’onda.

Nel video in basso, uno spezzone del film “I cento passi” – Salvo Vitale annuncia a radio Aut la morte di Peppino:

Pensi che la morte di Peppino, abbia scosso le coscienze?

Non credo.  Un singolo episodio non può smuovere modi di pensare secolarmente sedimentati, al punto da farci credere che è quello l’unico modo di essere.  Forse il “mito della caverna “ di Platone ti può dare la misura di come stanno i fatti.  Dentro una caverna ci sono tante persone  che guardano una parete bianca davanti a loro. Dietro c’è un gran fuoco, un muretto e ci sono alcuni “sacerdoti” che portano delle statue e ne proiettano le ombre sulla parete. Tutti credono che la realtà sia quella e sono tranquilli. In un certo momento uno si alza, riesce ad oltrepassare  il muretto, il fuoco e ad affacciarsi fuori dalla caverna, dove c’è un laghetto in cui si riflettono le immagini delle cose. Le ombre, le statue. Le immagini riflesse, sono tutti i livelli della conoscenza sensoriale. Finalmente il fuggitivo alza gli occhi e vede il sole, gli alberi, la realtà autentica che è ben più ricca e diversa da quella vista all’interno. Torna dentro la caverna e cerca di convincere gli altri che la verità sta fuori, che bisogna liberarsi dalle apparenze e conquistare il vero, ma gli altri lo scambiano per pazzo e lo uccidono. Chiaro? Se reazione c’è stata, è stata quella emotiva di un momento, di qualche giorno, di qualche coscienza più sensibile, ma tutto è velocemente precipitato nella palude quotidiana.

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