Jacopo di ClementeMi chiamo Jacopo Di Clemente, ho 30 anni e sono di Roma. Sono uno studente di biologia marina, appassionato di cetacei. E come avrete già capito, se leggete la mia storia qui su Ornitorinko, sono un “animale strano” (anche se io penso di essere normalissimo).

Ho lasciato l’Italia poco più di un anno fa ed ora vivo in the “happiest country in the world”, la Danimarca. Colgo l’occasione non solo per raccontare la mia storia ma anche per puntare l’obiettivo su un particolare settore della ricerca scientifica del quale si parla molto poco.


Dalla mia breve esperienza di ricerca mi sento di poter dire che fortuna contatti ed ambiente lavorativo contano probabilmente molto più che in tutti gli altri settori, poiché per balene e delfini nessuno investe quanto e come negli altri. Non so se questo stia cambiando, forse in alcune nazioni sì, ma credo che a tutti oggi interessi la ricerca sul cancro al seno.

A chi interessa il ruolo che ha quella determinata specie di balena in quel particolare ecosistema? Quasi a nessuno. 
Non interessa poiché viene vista come una cosa che non ha un impatto sulla vita quotidiana dell’uomo. Ed ora sarebbe troppo lunga da spiegare, ma l’impatto, che ci crediate o no, esiste ed è anche piuttosto rilevante.

Ma cosa c’entrano le balene con essere un “animale strano”? Io credo di aver trovato nella passione per alcune specie animali un pieno senso di soddisfazione e realizzazione nei confronti di me stesso.

Per anni ho vissuto in una città come Roma, che spesso definisco la più bella e la meno vivibile del mondo allo stesso tempo (chiedo conferma a chi tutto il mondo lo ha visto per davvero). Come tutte le capitali si porta con sé pregi e difetti della mentalità nazionale elevati al cubo.

Esaurito fisicamente e mentalmente da tutto questo, grazie all’esperienza con l’Accademia del Leviatano (ente di ricerca per mammiferi marini con sede nella capitale) – ho visto per la prima volta una balena da pochi metri, ho sentito il suo respiro (“soffio”, per i tecnici non romantici) ed ho intuito che la mia felicità risiedeva nello stare con questi animali, ai quali siamo legati indissolubilmente non solo dalla storia evolutiva (mammiferi come noi) ma anche dalla condivisione di un ambiente, il mare, dal quale tutti noi probabilmente proveniamo.

Di fatto è il senso di libertà nel vedere esseri viventi simili a noi e così “puri” che mi ha fatto lasciare il porto sicuro e provare a fare di una passione un lavoro. Pur sapendo che la strada è incredibilmente difficile da percorrere. Soprattutto a 29 anni.

Sono partito per un viaggio di sopralluogo in Scandinavia, dove le università sono gratis e dove la mentalità è, mettiamola così, molto più simile alla mia che a quella “italiana”.
 Entrato in contatto con un professore e tornato nel belpaese (con tappa intermedia in Islanda, dove ho capito veramente che quello era il lavoro che avrei voluto fare) per il necessario studio dell’inglese, son partito a fine gennaio 2014.


Il bilancio al momento è positivo, ed ora sto per partire per l’Alaska per la mia tesi. 
Tranquilli, non finirò come Supertramp, anche se il mio zaino si chiama comunque Alexander.

Volevo confrontarmi con una mentalità universitaria non basata sulla gerontocrazia, ma l’idea era sin dal principio quella di non rimanere in Danimarca a fare la tesi, anche come scusa per conoscere un nuovo posto ed un nuovo ambiente, e soprattutto una nuova mentalità, che per me è sempre la motivazione più grande per un viaggio. Trascorrerò circa 4 mesi nell’area di Juneau, una delle capitali mondiali del whale watching, a studiare l’ecologia alimentare delle megattere ed in particolare il potenziale disturbo recato dal traffico turistico a questa specie.

Detto questo, i cetacei vengono studiati ormai in diverse zone del mondo. Si studiano molto anche in Italia, ma con le difficoltà che tutti coloro che provano a fare un qualche tipo di ricerca ben conoscono.

Questo non è un mestiere ricco, non arricchirà mai, come quasi tutti i campi della scienza, è quindi banale affermare che lo si faccia per passione e non lo si finisca a fare “per errore”. È un dato di fatto poi che nascere in certi posti fa già la differenza, non solamente a livello di lingua parlata.

In generale, se sei americano, australiano o canadese, tutto può esser più semplice. La lingua parlata nel mondo è la tua, ovunque ti muovi ci sono specie animali sulle quali poter lavorare, le conferenze più importanti al mondo dove la gente espone i propri lavori sono in quelle zone, e spesso dalla laurea normale non devi nemmeno passare per un master prima di raggiungere un dottorato.

Tornando al mio progetto, sapevo perfettamente che avrebbe previsto costi enormi – nonché inaspettati ostacoli burocratici che chiunque faccia ricerca conosce – quindi fra le tante cose fatte per “metterci una pezza” ho creato una raccolta fondi online dove chiunque può contribuire.


Ringrazio in anticipo tutti coloro che hanno letto con piacere questo mio post.
 D’altronde la felicità è reale solo se condivisa, o sbaglio?

Un saluto “cetaceo”,

Jacopo

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