Giorgio BorgonovoMi chiamo Giorgio Borgonovo e sono un ingegnere, qualcuno dice un “ingegnere atipico” perché cerco sempre di fare le cose in maniera diversa se possibile divertendo e divertendomi.

Vivo a Milano da 45 anni con mia moglie Lucia e i miei due figli Letizia e Federico entrambi in piena adolescenza il che di per sè costituisce una portentosa avventura quotidiana. Per rendere il tutto più facile a dicembre l’azienda per cui lavoravo ha reciso il contratto e quindi ho deciso che era il momento giusto di fare la cosa sbagliata. E’ così che inizia questa storia…

Non ho mai conosciuto nonno Fernando, è morto pochi giorni dopo che io nascessi, ma nella mia fantasia di bambino doveva essere un giramondo che, a un certo punto della sua vita, ha messo la testa a posto. Tutto ciò che so di lui deriva dai racconti di mamma Lucia e dal contenuto di un baule che ha conservato per tutti questi anni.

Nel baule, marrone e molto vecchio, ci sarei potuto comodamente stare dentro io. Aveva un odore di carta vecchia che diffondeva in tutta la stanza quando lo si apriva e conteneva un mucchio di affascinanti cianfrusaglie che, fin da quando ero piccolo, mi incuriosiva.

Quando ci infilavo dentro il naso ne usciva qualche frammento di una storia che profumava di mistero e di esotico: una volta era un manoscritto, un’altra  una collezione di francobolli provenienti da ogni parte del globo terracqueo, un’altra ancora era una fotografia sbiadita o delle medaglie guadagnate con qualche atto di eroismo durante la guerra (la Grande Guerra, ovviamente), e poi ancora lettere, lettere e cartoline e diari.

Alla fine non ho più potuto resistere e ho dovuto aprirlo per seguire quei frammenti di ignoto. E’ stato come aprire una finestra in una ventosa giornata d’autunno, con foglie che scorrazzano per la stanza mentre cerchi di ricacciarle in giardino. C’erano i pezzi di un puzzle che attendeva di essere ricomposto, a cui il tempo aveva forse sottratto qualche tessera, ma solo per aumentarne il fascino.

Nonno Fernando è partito ormai un secolo fa, senza neanche il passaporto, per un lungo viaggio che lo portò da Mantova fino a Baghdad. Il suo sogno era di fare il giornalista, o “redattore viaggiante” come si diceva all’epoca, ma senza “carte o titoli” tutte le porte rimanevano chiuse.

“Sapendo di esser troppo ignorante per farsi leggere decise di iscriversi alla più grande delle Università, la sola che potesse accoglierlo senza esami: la Strada, la madre degli zingari, ed essa gli aprì le braccia accettandolo fra i suoi numerosi disperati figli.”

Con un cuore spezzato -i genitori della sua amata non diedero il permesso di sposarsi poiché non aveva il becco di un quattrino- e una fortissima determinazione…

“Camminando di faccia al sole che si levava, gonfio l’animo ventenne di sogni, affrontò la grande scuola, la strada, bianca e polverosa nel gelo d’un febbraio lombardo.

Ed essa gli insegnò tante e tante cose, gli svelò mille segreti della vita, di cui essa è la grande arteria attraverso cui si riversa pazzamente il flusso della gente che vive l’inutile periodo dell’esistenza.

Da essa apprese lingue astruse dalla pronuncia dura, costumi nuovi e religioni ignorate, vide per essa cose mai viste.”

Il suo è un racconto carico di speranza e di sogni, di avventure e di amore per la famiglia e per la propria patria, che filtrano attraverso i suoi diari, le sue lettere e i documenti che ho ritrovato nel suo vecchio baule.

Mettere insieme i tasselli è stato un lavoro lungo e difficile, ma è stata come una febbre che saliva, mancavano dei pezzi e io non riuscivo a completare il rompicapo, mi girava la testa, così ho deciso che l’unico modo per trovare le risposte era di partire e di seguire le tracce che mi ha lasciato. E’ probabile che dopo tutto questo tempo si siano perse nelle pieghe del tempo, ma questa storia non aspetta altro che di essere raccontata.

Ho deciso che se non troverò le risposte a tutte le domande devo trovare le mi risposte e che vorrei farlo avendo visto quello che ha visto lui e provato quello che ha provato lui.

Poiché da gennaio sono ufficialmente senza un lavoro propriamente detto, potete ben immaginare la mia sorpresa quando parlando di questa idea balzana con mia moglie mi ha detto: “cosa aspetti? Parti!”. Ero quasi disorientato. Cosa dovevo fare? Organizzare? Andare? Sia come sia parto il 15 di marzo da Mantova ripercorrendo la stessa strada descritta nei suoi i racconti fermandomi però -purtroppo- a Costantinopoli (Istanbul), a causa dell’attuale situazione in medio oriente.

Vorrei raccontare queste avventure “on the road” sui social media: l’intreccio del racconto di nonno Fernando, gli avvenimenti storici dell’epoca, e il mio inseguimento, cento anni dopo.

Dovrebbe essere l’incontro tra due mondi, tra due periodi storici apparentemente diversi, ma che testimoniano come le persone siano sempre le stesse: cambia il modo di comunicare, di viaggiare, di scrivere, ma dopo cento anni i sogni, le speranze e i sentimenti delle persone si ritrovano ancora immutati.

Se volete aiutarmi a portare a termine questo viaggio, ho pensato di avviare una campagna di raccolta fondi su Indiegogo. Se invece anche per voi le risorse economiche scarseggiano, sarà molto importante anche solo sapere che ci siete e che state partecipando al racconto. Potete seguire il viaggio in diretta e restare in contatto con me su Twitter e su Facebook, mentre terrò sul sito di StoryCity il diario di viaggio: ve lo racconterò come se fossimo intorno ad un fuoco.

Inoltre, apprezzerò moltissimo i vostri consigli sui posti accoglienti ed economici dove dormire e mangiare e perché no?- anche cosa vedere lungo la strada.

Un saluto che segue le orme di Nonno Fernando,

Giorgio

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