Antorio SiragusaMi chiamo Antonio Siragusa, ho 29 anni, sono un giornalista professionista per testate locali e nazionali, ma mi occupo anche di comunicazione e web marketing come freelance. Ho origini siciliane ma vivo nell’alto Casertano, in una zona della Campania ancora Felix, quasi al confine col Molise, dove si dovette trasferire mio nonno perché minacciato dalla mafia nell’immediato dopoguerra.

Mi piace fotografare, ascoltare e raccontare storie umane con parole e immagini, studiare le lingue e il cinema.

Nel corso della mia vita ho coltivato due passioni: il ciclismo e la scrittura. A un certo punto, unendo queste due passioni, decisi che da grande avrei fatto il giornalista sportivo.

I miei interessi col tempo si sono allargati ad altri settori oltre allo sport. Ho realizzato il sogno di frequentare la scuola di giornalismo di Urbino dopo la laurea in Lettere. La passione per il giornalismo si è trasformata in un lavoro, anche se oggi vivere di questo mestiere è difficile.

Ho vissuto in Spagna e in Romania per studio e per lavoro per un paio di anni. Mentre rientravo in Italia, iniziavano a emigrare tutti i miei migliori amici e tutta la generazione di trentenni della mia famiglia: mio fratello e diversi miei cugini che vivono in giro per il mondo. A quel punto mi è venuta la voglia di raccontare le storie di chi partiva per capire perché faceva questa scelta e con quale spirito, e nel contempo per parlare del punto di vista sull’Italia di chi l’ha lasciata, di ciò che andrebbe cambiato nel nostro Paese per favorire un loro ritorno. Così è nato “Io torno se“.

Il blog ha raccolto una sessantina di storie fino ad ora da varie zone del mondo e il filo conduttore è unico: da un lato c’è la malinconia della lontananza da un Paese che gli espatriati amano sotto tanti punti di vista (clima, famiglia, cibo, qualità della vita, socialità), dall’altro l’inevitabilità della loro scelta per poter avere una prospettiva di vita, che il nostro Paese non garantisce ai giovani.

All’interno di questo sentimento comune ci sono tante sfaccettature, la sottolineatura di tanti diversi aspetti negativi dell’Italia che li spingono a rimanere lontani, così come di diversi aspetti positivi che li spingerebbero a tornare, ma che sulla bilancia tra pro e contro pesano di meno.

“Io torno se” non è un invito a tornare, ma piuttosto uno stimolo a riflettere sul perché il nostro Paese non è più in grado di tenersi tanti giovani, che nella maggior parte dei casi sono preparati e altamente qualificati e potrebbero dare un contributo al miglioramento e allo sviluppo dell’Italia.

Il problema è che l’Italia non è attrattiva nemmeno per gli  stranieri altamente qualificati, quindi non c’è nemmeno uno scambio tra chi va via e chi viene. E così accade che le nostre migliori menti si spostano all’estero, anche tante aziende innovative vanno a produrre all’estero, mentre qui in Italia rimane solo il lavoro non qualificato e, purtroppo, spesso nemmeno pagato con la scusa degli stage gratuiti o col ricatto dell’esperienza per fare curriculum.

A Napoli, la città in cui lavoro, non conosco nemmeno un trentenne che abbia una prospettiva di vita chiara o che stia pensando di comprare casa. Nemmeno uno. Vuol dire che qualcosa non ha funzionato a livello politico: un’intera generazione è destinata  a un futuro di incertezza e l’Italia inevitabilmente a un futuro di declino economico.

Se penso all’espatrio? Tutti i giorni. Per ora voglio provare a rimanere, a vivere ostinatamente col giornalismo, provando a dare un mio piccolo contributo all’Italia, un Paese incomprensibile ma bellissimo.  Se non dovessi riuscirci, non ci metterei molto a fare i bagagli…

Consiglierei a chi decide di partire di cogliere ogni opportunità per fare esperienze all’estero. Vivere fuori apre la mente, crea nuovi orizzonti, permette di apprendere nuove lingue e di conoscere nuove culture e diversi modi di organizzare il lavoro. Se io potessi tornare indietro, farei tutti gli studi universitari all’estero, cercando di fare parallelamente dei lavoretti.

L’idea, però, è che un giorno, dopo varie esperienze all’estero, si possa tornare in Italia, vicino alla propria famiglia e ai propri amici, facendo tesoro di ciò che si è imparato fuori per poterlo mettere al servizio del proprio Paese. Ora come ora tornare in Italia comporta il rischio di rimanere impantanati nelle sabbie mobili della precarietà, del lavoro sfruttato o della totale mancanza di lavoro, del clientelismo, della sopraffazione, dell’arroganza. A chi è fuori, pertanto,  consiglio di attendere ancora, di non tornare. Almeno per adesso. Lo dico a malincuore, ma l’Italia non ci merita.

Un saluto “Io torno se”,

Antonio

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