Alessio BarbaginiMi chiamo Alessio Barbagini ho 37 anni e sono di Conegliano Veneto ma vivo a Londra.

A 19 anni vado a Bologna dove inizio il Dams. A ventuno, però, mollo tutto e compro un camion in Inghilterra. Costruisco li dentro la mia casa: cucina, camera da letto, studio per la musica, salotto, stufa a legna e persino dei pannelli solari per un totale di 1500 watts!

Col camion ho girato l’Europa e parte dell’Africa per sette anni.

Ho vissuto qui e la: un anno in Olanda, uno  in Spagna, due in portogallo, uno in Francia, qualche mese in Germania.

Poi mi sono diretto in Marocco, dove ho percorso quasi 8000 kilometri attraversando tutto il Paese fino ad arrivare in un villaggio tuareg ai bordi del deserto (per un mese e mezzo) ed e’ proprio quella l’esperienza che vi voglio raccontare.

Novembre 2003/febbraio 2004.

Sono arrivato alle porte del Marocco il tredici novembre. Felice ed entusiasta vado alla dogana, ma mi vedo il passaporto “non accettato” per un danno alla pagina dov’è contenuta la foto: decisi così di prendere un autobus per Lisbona, dove, in otto giorni ne ho ricevuto uno nuovo dall’ambasciata italiana.

Insieme a una mia amica austriaca (di origini polacche), e a due cani (Wufer e Luna), ho guidato la mia casa mobile (un Volvo di quindici metri), su quasi tutto il territorio Nord Africano. Volete un consiglio? Se vi trovate da quelle parti e se siete bionde, belle e socievoli, mettetevi un foulard o un cappello in testa: così eviterete le code formate da decine di pretendenti, che vi vogliono come moglie o amante…

Potrei riempire uno o due libri di tutto quello che ho visto e vissuto in Marocco, ma per arrivare a cento si inizia sempre da uno e così, tra tutte le situazioni e gli episodi fantastici, ho scelto quello che ha lasciato il segno più profondo nel mio cuore: sono  “stelle che ridono e sabbia che canta, il ritmo delle dune non si stanca”.

A fine dicembre ci siamo spinti fino a Zagora, conosciuta come la porta sul mare di sabbia. Da li siamo scesi a Sud Est, per poi inoltrarci nel deserto per circa una decina di chilometri, dove si trovava un accampamento Tuareg, che occasionalmente ospitata turisti. Volevamo starci un paio di settimane al massimo, invece ci siamo fermati per un mese e mezzo.

Ho parcheggiato il camion tra le dune, fianco a fianco con tende e piccole capanne di terracotta e legno, dromedari e asini. Wufer e Luna hanno subito fatto amicizia coi dromedari, e hanno passato tutto il tempo con loro, a parte quando siamo andati a fare sandboarding sulle dune di Chigala (a circa trecento metri di altezza).

Ricordo bene e con felicità la prima notte passata lì. Non essendoci fonti di luce potenti, il cielo era libero di esprimersi al suo meglio. Non decine, non centinaia, ma milioni di stelle brillavano sparse su tutta la volta celeste. Lo spettacolo era fantastico: mi ha fatto tornare indietro di due decadi e mezzo, quando da dodicenne mi persi nella volta stellata perfetta osservata durante una vacanza sulle Dolomiti. L’alta montagna e il deserto sono fantastici per guardare le stelle!

Il silenzio dominava, dall’alba al tramonto sporadici rumori interrompevano l’imperiale e glorioso monologo del deserto, a tratti silenzioso, a tratti in pieno concerto. Il vento muove la sabbia, creando percettibili melodie che si mescolano alla perfezione con il te alla menta o all’assenzio.

Dopo il cielo stellato, arriva la sorpresa numero due. Alla sera dopo cena, l’unico intrattenimento era il fuoco, bellissimo e nostalgico rimasuglio tribale dell’epoca precedente a quella dell’energia elettrica. La seconda sera, due ragazzi beduini iniziarono a suonare delle percussioni. A ritmo spezzato, arriva altra gente, dal buio escono nuove facce e tamburi. Dopo circa un’ora, erano una trentina, le persone attorno al fuoco, da bambini ad anziani, tutte a tempo, suonando insieme diversi tipi di percussione. Alcuni tamburi erano lunghi e sottili, altri larghi e spessi. L’estasi acustica percepita quella sera mi fa sorridere ancora adesso.

Il giorno dopo decisi di provare un esperimento socio-antropologico sui presenti: sul camion avevo energia elettrica (prodotta dai numerosi pannelli solari che avevo sul tetto). Ho collegato il giradischi all’amplificatore del basso, e ho messo su dischi di Jimi Hendrix. Dopo neanche trenta secondi dall’inizio della prima canzone, quasi tutti i residenti erano di fronte al camion, chi ballava chi guardava l’amplificatore. Da quel giorno, il paio d’ore di musica pomeridiane diventarono uno standard.

Dopo una settimana, il capo del villaggio, Ali, mi ha chiesto se volevamo fare da tecnici del suono per il festival di musica tradizionale che stava organizzando per capodanno, senza pensarci abbiamo detto di sì.

Il festival durò per una settimana, in cui abbiamo amplificato voci e strumenti, per lo più violini e tamburi, e abbiamo anche registrato il tutto. L’esperienza è stata magnifica! Beduini, tuareg e berberi, alternarsi in ritmi e sonorità in terzine e contrattempo. Il picco più energetico lo hanno raggiunto un gruppo di ragazzi beduini, due con tamburi corposi, due con tamburi alti, e tre con nacchere di metallo.

Hanno iniziato un ritmo dritto, accompagnato dal levare delle nacchere e i contrattempi dei tamburi più acuti. Mi ha fatto pensare alla techno e alla house, quello che stavo ascoltando sembrava la madre di entrambe, mi vengono ancora i brividi alla schiena. Sono stato a feste con impianti da migliaia di watt, ma la potenza del suono tribale non potrà mai essere eguagliata.

Un saluto tuareg,

Alessio

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