Corrado PezzellaC’è tempo per pensare. Il tempo. Quello di cui non ne abbiamo mai abbastanza. O semplicemente quello che abbiamo…dimenticato.

Dare una seconda dimensione al tempo: la profondità. L’intensità dei minuti passati in giro tra villaggi, a contatto con le persone, con lo stringersi per mano con i bimbi che vanno a scuola o semplicemente le interminabili ore di cammino di trekking sull’Himalaya non valgono neanche un decimo delle ore passate in città dietro ai nostri cellulari, con le teste chinate come zombie sui nostri tablet, alle frenetiche corse per non perdere la metro o alle costanti ingiurie per un parcheggio auto impossibile da trovare.

Sono convinto che “La vita è un viaggio…ed io voglio godermi la strada!”

Un’espressione che spesso mi ripeto. Ogni volta che lo faccio nella mia mente prendono forma i ricordi di viaggi fatti in giro per il mondo e penso a tutti quelli che mi aspettano.

Mi chiamo Corrado Pezzella, 29 anni, napoletano e il primo viaggio  che abbia scritto un capitolo importante della mia vita è quello che mi ha portato a “migrare” dal Sud al Nord Italia, come spesso accade per molti giovani neo-laureati.

Ancora accade. A Marzo del 2010 mi laureo all’Università di Napoli in Ingegneria delle Telecomunicazioni e, ad un mese di distanza mi trasferisco a Milano per un’offerta di lavoro come consulente aziendale.  Una città nuova, nuovi incontri, amicizie, nuovo stile di vita, il mio I lavoro con stipendio e tanta voglia di fare.

I primi periodi, come in ogni cosa, sono quelli più intensi. Trovare casa, integrarsi a lavoro e fare i conti con serate trascorse lontano dalle amicizie di sempre. Nonostante tutto, una strana forma di energia mi pervade in ogni cosa faccia. Con il trascorrere del tempo comincio a stringere amicizia con un lato del mio essere che definirei “irrequieto”.

Ebbene sì. Una strana sensazione di non appartenenza a nessun luogo matura negli anni e si traduce in una insensata voglia di viaggiare, spostarsi…migrare. O forse scappare?

Il primo viaggio che fa scattare la molla è quello che nel Febbraio del 2011 mi porta in Brasile. Più precisamente al Carnevale di Rio. Scontato dire quanto sia figo ed esaltante trovarsi qui in questo periodo dell’anno. Ma quell’irrequietezza di fondo comincia a farsi largo tra le strade affollate di Ipanema e Copacabana per poi investirmi come un’onda dell’Oceano Atlantico. Qualcosa mi spinge a volermi staccare dalla routine e dalla classica vacanza destinata al riposo o al solo divertimento, mettendomi alla prova ed in contatto col proprio io, sempre più spesso lenito dalla meccanicità del quotidiano.

Dopo qualche mese, assecondo quella smania di evadere. Insieme ad un amico decidiamo di prendere uno zaino in spalla e partire alla volta del Sud Est Asiatico.

Prima tappa Hong Kong dove sostiamo qualche giorno prima di volare su Hanoi (Vietnam). Qualcuno potrebbe chiedersi o chiedermi del perché spingersi in posti del genere con un approccio fai-da-te e, in alcuni casi, arrangiarsi per pernottare o semplicemente per un pranzo.  Ci penso proprio mentre, sdraiato su un sedile sospeso a mezz’aria a mò di lettino in un bus, percorro di notte strade sterrate dal Nord al Sud del Vietnam. Con gli occhi fissi nel vuoto, sballottato dai continui scossoni del mezzo, realizzo che il viaggio è oltrepassare atavici pregiudizi su luoghi e persone per attraccare in posti lontani nello spazio e nel tempo. Gli stessi luoghi e le stesse persone che nel loro piccolo e a modo loro sfogliano ed appuntano note sulle pagine della mia storia, del mio pensare e del mio approccio alla vita.  Allenarmi ad osservare con occhi sempre nuovi e curiosi. Azzerare filtri e schemi di valutazione. Ad ogni tappa e ad ogni viaggio, il tuo zaino porta con sé l’essenziale intriso di una ricchezza unica che di solito (anzi spesso) dai per scontato.

Stavolta su un battello battente bandiera vietnamita che naviga il Delta del Mekong da Chau Doc. Il cambio della bandiera annuncia che siamo al confine con la Cambogia. Poi su un autobus. Qualche centinaia di chilometri per ritrovarsi di notte sotto una pioggia incessante in una sorta di stazionamento. Il mezzo che arranca nel fango, alcuni uomini che ci vengono in contro per aprire un cancello fatto di lamiere arrugginite e un gruppo di ragazzi a bordo di tuc-tuc. Se fosse stato il mio primo giorno di un mio primo viaggio, avrei maledetto il giorno in cui ho scelto di partire per quel posto. Invece no. Mi sento a mio agio. In fin dei conti è proprio questo il senso del viaggio.

Ritrovarsi poi nel caos di Kathmandu tra carretti colmi di ogni cosa trainati da buoi, piccoli bazar fumanti di incenso e chioschetti intrisi di sapori. Camminare per 6/7 ore al giorno fino 4.200 metri di altezza al cospetto dell’Himalaya. Attraversare ponti sospesi a centinaia di metri di altezza, sostare nei pressi di una jungla per pranzare con Dal Bhat per poi trovarsi stremati a fare una doccia in una cabina di cemento e rame con acqua gelida. E pure c’è la forza e l’energia per affrontare il tutto.

Viaggiare ti pone di fronte a scene di vita e a contesti che si imprimono nella mente e nel DNA. Cerchi di comprendere quale sia il vero valore delle cose e, quando ci riesci, apprezzi piccoli gesti che ti riempiono il cuore e validano la tua esperienza di vita e ti rendi conto che ciò che hai e dai per scontato è un vero lusso.

Imparare a riconoscere le sfumature, metabolizzare le esperienze e guardare negli occhi le proprie paure. Un buon motivo per rimettere su il mio zaino e partire da Milano da solo per arrivare a Zagabria, scendere giù fino a Dubrovnik.  In jeep fino a Foca per poi saltare giù sulle rapide del Drina-Tara su un gommone al confine con la Serbia Montenegro. Da Sarajevo un volo per Istanbul: confine tra Medio Oriente ed Occidente. Un giro al grand bazar dove gli attori in scena, in un caos perfettamente calibrato per non far scontrare le particelle che lo compongono, sembrano rappresentare i tuoi mille dubbi, pensieri, gioie e paure. Come in una passo a due, sono lì che danzano tra banchetti, vicoli e arcate colme di maioliche. In quel tumulto di sensazioni, tra ondate di riflessioni, come un agile surfista cerchi di trovare il momento giusto per alzarti sulla tavola e fare del tuo meglio. 

E nonostante tutto c’è spazio per lei. Eh sì. Vorresti gridarlo al mondo quanto l’ami, quanto tenga a lei e quanto vorresti fosse lì con te per convidere quanto di bello stia vivendo. Lei.

L’unica cosa invece che riesco a fare è gridare parole a caso lasciando scappare come un gruppo di carcerati in evasione tutte le tue sensazioni.

Forse per questo è necessario che si debba ancora viaggiare molto, ma in un viaggio che non prevede l’acquisto di un biglietto o la pianificazione di un tour. Un viaggio che ci porta invece a conoscere quel demone che abita in noi e che spesse volte fa a botte con le nostre azioni. Chi è quel demone? Il nostro carattere vestito da personalità. Ma per ora mi ritrovo qui seduto su un collina da solo in una landa desolata in Cappadocia, pensando alla mia prossima meta.

Un saluto che apprezza la vita,

Corrado

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