“..Viaggiare, per non arrivare … possibilmente mai!”

“Ad ogni villaggio  una cupola, ad ogni cupola tre cicogne..”

“Percorso francese, ottocento kilometri  circa, più di cento villaggi da attraversare, migliaia di persone da incontrare. Camminare ogni giorno, venti, venticinque , trenta kilometri per sei, sette o anche otto ore. Partendo dal confine francese  si attraversa la parte settentrionale della Spagna, per arrivare a Santiago oppure  a Capo Finisterre (“Finis Terrae” ovvero “fine della terra”).

In ogni regione profumi diversi, suoni diversi, un vino diverso,  gente diversa.
Il ventisette Marzo duemilatredici inizia il mio Cammino di Santiago. Decido di iniziare da Roncesvalles  piuttosto che dal paesino francese Saint Jean Pied de Port, dato che, due settimane prime, due ragazzi erano morti nel tentativo di attraversare i Pirenei.”

Inizia cosi’ il racconto di Davide Battigaglia, ventiquattro anni di Crotone (nella foto). Giovane, ma con tanta esperienza, di viaggio e di vita, significative come il suo progetto Erasmus a Odense, paese che ispiro’ le fiabe di Andersen.. E poi tanta avventura, in giro, con lo zaino in spalla per celebrare un traguardo accademico: Ungheria, Polonia, Norvegia, Repubblica Ceca, Marocco, per poi essere li, in terra iberica, tra la pace dei sensi verso un cammino di Santiago che continua a raccontarci cosi’:

“le giornate si ripetono per trentatre giorni allo stesso modo, sveglia alle sette, preparare lo zaino, fare colazione, camminare … fare un break.. camminare..  pranzare e ancora camminare fino a raggiungere esausti e soddisfatti la meta giornaliera per poi cenare ed aspettare che la giornata si ripeta un’altra volta. Nonostante la routine, ogni giorno è diverso dall’altro, ciò che vedi  è diverso, le persone che incontri sono diverse, gli avvenimenti  sono unici. Il non sapere cosa aspettarsi dal giorno successivo è la più bella delle emozioni.

La prima parte del cammino è particolarmente entusiasmante, la novità, i primi incontri, attraversare i boschi della regione di Navarra, i rossi vini della Rioja,  scalare l’ “alto de perdòn” , e poi  la pioggia, la neve  e il vento,  sfide che rendono il Cammino appassionante..

Dopo solo cinque giorni, la tendinite di achille mi mette KO e mi impedisce di continuare: sono  costretto a fermarmi per due giorni a Logrono.  Un gel antinfiammatorio  e delle pillole alleviano il dolore , ma la tendinite persiste per un’altra settimana, tuttavia cammino ma senza superare i venti km al giorno.
Superata la paura di dovermi  fermare e interrompere il cammino per poi rifarlo magari a quarant’anni, aumento gli sforzi quotidiani, ottenendo come risultato alcune vesciche ai piedi ma  comunque sopportabili.
Avrei dovuto seguire il consiglio del saggio cinese  Tin: “Do like me, put some absorbents in your shoes”  (fai come me, metti degli assorbenti nelle scarpe!).

La Meseta, la zona centrale del percorso nei pressi di Leon,  è da molti considerata la più noiosa: kilometri di  pianura, spesso sentieri  che fiancheggiano  l’autostrada , nessun villaggio per ore ( a mio parere, anche questo tratto ha il suo fascino).

Inizio ad acquisire una certa fama  tra i pellegrini,  causa del mio abbigliamento non del tutto  sportivo. Prima di iniziare a camminare ero  già da due mesi in viaggio in giro per l’Europa,  così, da backpacker responsabile, non mi sono preoccupato di comprare l’attrezzatura sportiva “necessaria” per affrontare il cammino, e quindi, oltre ad essere l’unico  sprovvisto di qualsiasi tipo di medicine (semplicemente per una questione di ottimismo) sono  ormai facilmente individuabile  come “Il ragazzo con i jeans”.
Tuttavia è lo spirito ciò che conta no?? E se i jeans  a fine serata sono inzuppati d’acqua, poco importa..
La Galizia è l’ultimo tratto del percorso, e in quanto bellezza, non ha rivali: le montagne, gli animali, la vegetazione, il dialetto ed un clima non facile da prevedere, dove il sole si alterna a forti ed improvvise piogge e raffiche di vento.
Tutto ciò costituisce un’altra dimensione, un percorso secondario, differente, parallelo alle strade che percorriamo quotidianamente. L’atmosfera è rara, perfetta, meravigliosamente creata da paesaggi naturali e da pellegrini provenienti da tutto il mondo.

Ciò che genera stupore e meraviglia è il comportamento della gente, il senso di fratellanza, il bisogno di aiutare e non di essere aiutati ma  soprattutto il venir meno di tutte quelle formalità di cui siamo ormai da tempo  schiavi.
Per la prima volta vedo gente uguale, accomunata da una destinazione, da una meta unica ed  astratta, da obiettivi personali diversi, da un percorso.  Per la prima volta vedo sorrisi veri, saluti veri, preoccupazioni vere. Neanche  un filo di ipocrisia pende da quei “Ciao come stai?” che arrivi da Maria la spagnola, dagli amici  coreani  piuttosto che dal buon vecchio settantenne australiano Richard. “Come ti chiami?” “Quante vesciche hai ai piedi”? Sono le domande più frequenti, ma  nessuno era interessato  alla posizione sociale altrui.
Sul Cammino di Santiago la gente non conosce vergogna , è nuda , mostra se stessa agli altri, come è veramente, senza  divisa, senza giacca e cravatta o altro abito da circo: sono come mi vedi, sono quello che dico. Non c’è spazio per l’apparenza, non c’è spazio per le formalità.

La bellezza dei paesaggi spagnoli, i minuscoli villaggi di cui si può intravedere l’inizio e la fine da una bassa collinetta, gli spagnoli che mentre portano al pascolo  le proprie mucche o  coltivano la propria terra ti lanciano un sorriso accompagnato da un motivante “Buen Camino”, la bontà della gente venuta dalla parte opposta della terra, la condivisione di pranzi, cene, camere  e momenti indimenticabili, creano un’atmosfera sensazionale, e molto probabilmente, irripetibile. Un’atmosfera che dona alle persone un senso di libertà, di soddisfazione, di allegria, di spensieratezza ,  di emozioni forti e positive che vorrei potessero essere vissute  nella vita di ogni giorno.

In questa atmosfera si ha la necessità e la possibilità di meditare, di dedicare del tempo a se stessi, alla propria mente, alla propria vita, e di essere, per una volta, osservatore e critico esterno  della propria persona. Non è quindi il tempo , in questo caso, a dare delle risposte, bensì lo spazio, quella dimensione così diversa dal caos e dall’ipocrisia quotidiana.

Anche qui però si ha una meta, si cammina  per raggiungere un obiettivo, un obiettivo del tutto astratto, astratto come gli obiettivi della nostra vita di tutti i giorni, ma di cui abbiamo bisogno per andare avanti.  Obiettivo  che, una volta raggiunto, perde la sua importanza e  ti lascia un vuoto, e solo quel vuoto ti permette di  capire  l’unicità di ogni singolo giorno, di ogni singola persona che conosci, di ogni istante  che trascorri e quindi, dell’importanza immensa del Cammino.”

Un saluto..

..E invece no! Direi che e’ meglio dire:

Ultreya!!

Davide

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