Luca ConteMi chiamo Luca Conte ho 36 anni e sono di Treviso. Belgrado è un pallino che avevo in testa da parecchio tempo e sono stato felicissimo di esserci andato in questo ponte dei morti. Siamo partiti in tre da Treviso in macchina, viaggio di andata di notte (8 ore più una sosta di un’ora per tentare di riposare qualcosa).

Mi è piaciuta molto, non tanto per l’aspetto architettonico, bello, ma che ricalca un po’ tutte le città dell’est europeo (viale pedonale  storico largo e dritto), quanto piuttosto per il fervore culturale: molte le gallerie d’arte, frequentati a tutte le ore i locali, specie nel quartiere bohemien.

Me l’aspettavo sporca e invece, nel centro è difficile trovare sigarette per terra, mi aspettavo diversi zingari e invece nulla, giusto qualche artista di strada  ma perfettamente inserito nel contesto urbano. Restano vistose le cicatrici di una guerra ancora molto vicina, raggelanti le immagini dei bombardamenti NATO, edifici sventrati lasciati lì a imperitura memoria (foto a sinistra). A vedere quelli scheletri si avverte l’essenza della paura vissuta dai Belgradesi, pare di sentire i boati di quel 1999.

Abbiamo avuto modo di parlare con alcune ragazze del posto e ci hanno raccontato una Belgrado/Serbia from inside. Diversi mesi, durante la guerra in cui non si poteva uscire di casa, ridotti al baratto e chi riusciva a guadagnare qualcosa era tanto se prendeva un euro al mese. E’ veramente strano parlare con coetanei che abitano  meno di 800 Km dalle nostre  sonnolenti  città, cresciuti dentro una guerra. Oggi è tutto in rinascita ma la strada da percorrere è molto lunga, esiste molta repressione sessuale, se sei gay meglio che tu non lo faccia sapere, l’orgoglio nazionalistico, prettamente maschile, ti farebbe oggetto di pestaggi o azioni punitive. Le ragazze con cui abbiamo parlato, tra cui la gestrice dell’ostello, parla di una mentalità che da noi esisteva negli anni 50 in cui la donna è fatta per fare figli e per stare in cucina, ma a differenza di altri paesi dell’est esiste, anche all’interno della nostra generazione (e a quelle a seguire, il che è molto grave), una forte disparità uomo-donna nella mentalità: le donne sono culturalmente più aperte mentre gli uomini sono conservatori per cui la situazione è in stallo, non esiste cioè una coesa voglia di cambiamento. Parole testuali: “Serbian’s mens are fucking boring”, “they sucks” ecc.
Molti scappano, pochi giovani decidono di rimanere nella speranza di costruire un futuro migliore, conseguenza: drastico invecchiamento della popolazione. I prezzi sono tutto sommato bassi (con 10 euro mangi fino a svenire) ma non nel vestiario, i serbi si vestono all’occidentale ma un maglione lo paghi tranquillamente 80/100 euro e  se si pensa che  Marija, una tizia che lì fa un lavoro dignitoso conoscitrice di tre lingue (il francese lo insegna), prende 500 euro al mese e prende bene, l’occidentalizzazione la pagano a caro prezzo.

Come Roma è un museo a cielo aperto della civiltà romana, così Belgrado è un museo a cielo aperto per tutto il sogno socialista di Tito che, almeno lì, da mia impressione,  è vissuto con nostalgia. Abbiamo, dunque, nel centro o in prossimità di esso, edifici fatiscenti accostati ad altri ben tenuti in stile imperiale e nell’immediatissimo interland infinite schiere di enormi block popolari alternati da grattaceli ultramoderni delle più note multinazionali.

Il centro è sicuro, ragazze vagano sole anche alle tre del mattino ma ci dicevano che spostandosi anche solo di  10 Km  la situazione degrada rapidamente.

Non saprei che aggiungere, nelle mie parole uno potrebbe leggerci tristezza ma Belgrado, per me, ha un qualcosa di speciale, un brodo molto fertile da cui, rimboccandosi le maniche, è possibile edificare qualcosa di magico (vedi una Berlino).  E poi il blu delle belle giornate, i colori vivi dell’autunno che dominano in una città, nonostante l’inquinamento, molto verde, il mercato cittadino, i boulevar infinitamente lunghi e rettilinei, la Sava,  il Danubio, i ragazzi che suonano di sera le chitarre nel parco di Studentski Trg…

Nell’essere tornato, un vuoto,  sarà anche grazie alla compagnia di ottimi compagni di viaggio .

Un saluto bohemien,

Luca

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